Piccole Donne, il capolavoro della Alcott è ancora la voce delle donne

“Le donne hanno una mente, hanno un’anima, e non soltanto un cuore. Hanno ambizioni, hanno talenti, e non soltanto la bellezza. Sono così stanca di sentir dire che l’amore è l’unica cosa per cui è fatta una donna.”

Che cos’è un capolavoro?

Non esiste una definizione universale che possa stabilire cosa sia davvero un capolavoro.
Jean Cocteau diceva che è una battaglia vinta con la morte, e dal punto di vista di uno scrittore è certamente così.
Per chi non vive il bruciante desiderio di eternità come scopo di vita, un capolavoro non è che un’idea tramandata, un passaparola secolare, che ha reso romanzi universalmente amati, delle eccellenze di pubblico e critica.

Per me un capolavoro è un romanzo che attraversa il tempo, i luoghi e l’Umanità stessa, senza smettere mai di dare conoscenza e consapevolezza.
Una voce che non si spegne mai, un’eco infinita.

Piccole Donne di Louisa May Alcott è un capolavoro.

E il brano che ho citato all’inizio di questo articolo ne è la prova, perché non è una citazione dal romanzo della Alcott ma solo una battuta presente nella nuova trasposizione cinematografica di Greta Gerwig, talentuosa regista statunitense, già premiata con un Golden Globe al suo esordio con Lady Bird. 

La rilettura di Piccole Donne della Gerwig non è rivoluzionaria ma neanche didascalica come il precedente del 1994, di Gillian Armstrong, eppure riesce ad aggiungere al romanzo un tocco di contemporaneità stilistica senza sciuparne l’autenticità.

La Gerwig smonta la trama classica dei romanzi della Alcott e mostra la storia in un intreccio temporale a doppio binario, iniziando dalla fine e accompagnando visivamente lo spettatore in un prima fatto di toni caldi e leggeri, e un dopo più freddo ed essenziale. Non ci sono solo scene classiche ma anche episodi meno conosciuti, soprattutto c’è un’attenzione più profonda ai caratteri di Meg ed Amy.

Meravigliosa l’interpretazione di Saoirse Ronan nei panni di Jo e quella di Florence Pugh nei panni di Amy, entrambe candidate all’Oscar. Perfetto il Laurie di Timothée Chalamet, e naturalmente divina Meryl Streep come zia March.

Ciò che dà a questa rilettura di Piccole Donne una marcia in più, rispetto alle pellicole precedenti, è la scrupolosità con cui la Gerwig ha voluto raccontare le donne ai tempi della Alcott e la capacità di tirare fuori da ciascun personaggio luci e ombre, una tridimensionalità che ha aggiunto realismo ai già ben caratterizzati personaggi originali. 

Lo dimostra il paradosso di una citazione non presente nel romanzo.

Quando l’ho ascoltata al cinema non ho pensato che fosse stata aggiunta, ma solo di essere io a non ricordarla nel testo originale. Quelli che parlano un raffinato inglese direbbero che è così maledettamente on point, da risultare pertinente e armoniosa nel contesto.
Ma non credo sia solo questo.

E’ che Jo March è una parte di noi. Siamo tutte un po’ Jo March.
Lei ci ha insegnato a essere spettinate, ambiziose, ribelli, a non

vergognarci di essere maldestre, istintive, scomposte.
Ci ha invitate ad essere coraggiose, indipendenti, volitive.

Abbiamo sofferto con lei per le sue perdite e fatto il tifo per la sua carriera letteraria, ci siamo infuriate quando ha rifiutato Laurie per finire poi moglie di un uomo che di Laurie non avrebbe mai avuto l’anima, l’estro e la devozione. E non abbiamo capito.

Ed è qui che la Gerwig ci regala il suo capolavoro.
Nello scambio del binario con la finzione ci mostra una storia più realistica e convincente.

Da qui in poi c’è pericolo spoiler per chi non ha visto il film.

“La protagonista deve essere sposata entro la fine della storia” tuona il direttore della casa editrice che pubblicherà il romanzo di Jo, ed ecco Frederick, il professore tedesco, che dovrebbe essere misterioso e affascinante ma semplicemente non è Laurie.

E’ a questo punto che la Jo March che è in ognuna di noi comprende, si rimescola al personaggio e ne coglie i conflitti. Lei non era libera, di scegliere, desiderare, vivere. Anche Jo March, prima di tutto, doveva essere una donna.

E ho pensato che oggi invece no. Oggi una donna può rifiutare Laurie e diventare Louisa May Alcott, senza dover sacrificare il suo talento, il suo lavoro e i suoi averi, al nome di suo marito.

Lo penso anche dopo aver sentito Amadeus, durante la conferenza stampa di apertura del Festival di Sanremo, parlare delle sue colleghe come fossero ancelle, belle e devote ai propri uomini. Lo penso per tutte le Jo March che subito dopo hanno urlato in difesa di ciò che siamo diventate, indipendenti, consapevoli e orgogliose.

Perché stare un passo indietro è qualcosa che non siamo più disposte a fare.

Abbiamo una mente e un’anima. Abbiamo ambizioni, talenti, e non soltanto la bellezza.  
E siamo stanche di sentir dire che l’amore è l’unica cosa per cui è fatta una donna.

Centocinquant’anni dopo Piccole Donne,
c’è un po’ di Jo March in ognuna di noi.
Questo è il capolavoro della Alcott. 
E della Gerwig.

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