Undici Settembre, e se fosse ora di dimenticare?

Come l’omicidio Kennedy.
Così è l’Undici Settembre.


Ogni americano ricorda precisamente dov’era il giorno in cui JFK venne assassinato a Dallas.
Ogni essere umano ricorda dov’era quando due aerei si suicidavano contro le Torri Gemelle.


Vite banali, spettatrici di un evento straordinario.


Cosa ricordo io di quel giorno. Che stavo preparando un esame ma che invece di studiare stavo guardando un episodio di Ally Mc Beal, alla tele piccola e in bianco e nero della mia coinquilina. Ricordo chi era in casa con me e persino il fatto che quella sera sono poi andata allo stadio Olimpico, ad assistere a una partita di Champions League tra Roma e Real Madrid.

Il mondo era impietrito dall’orrore e dalla drammaticità di quello che era successo a New York ma non ne aveva ancora compreso la portata, solo il giorno dopo la Uefa avrebbe sospeso gli incontri, per pubblica sicurezza.


Quello che però ricordo più nitidamente sono l’incredulità e lo sgomento di quelle ore. Era accaduto qualcosa di abominevole e umanamente incomprensibile. Degli esseri umani decidono di morire, uccidendo altre persone, per ucciderne molte altre.


Quel giorno è stata tracciata una linea di confine tra un prima e un dopo nella storia dell’umanità.


Da allora abbiamo paura di zaini abbandonati nelle stazioni dei treni, scendiamo dalla metropolitana se nel nostro vagone un uomo arabo prega ad alta voce, da allora non abbiamo più preso un areo senza superare un metal detector. C’è un’intera generazione cresciuta in questo mondo di diffidenza e terrore. In cui l’altro non è solo l’altro, ma un possibile nemico.

C’è una precisione quasi matematica nelle immagini dell’undici settembre che popolano i nostri ricordi da diciotto anni. Nel modo in cui riescono a dare e contemporaneamente a togliere. Dove l’umanità ci spinge alla paura, che diventa odio che ci toglie umanità. Non esiste nessuna proprietà transitiva nella guerra.

Abbiamo iniziato da allora e non abbiamo più smesso. Abbiamo declinato l’odio mischiandolo a rappresaglie, vendette sommarie, pregiudizi e questioni razziali. Abbiamo lasciato campo libero alla fiera del disprezzo incondizionato, agli sciacalli politici e al militarismo sommario, abbiamo fatto di tutto per innescare odio in chi non ci odiava ancora, o affatto.


Diciotto anni dopo quell’orrore, cosa siamo diventati?


Leggiamo ‘Never forget’ nelle celebrazioni e no, sembra ancora presto per dimenticare, eppure. Ricordiamo tutti il perché ma nessuno di noi sa se la guerra scatenata dagli eventi dell’Undici Settembre sia stata vinta o persa, nessuno sa dire se la guerra sia finita.


Quando fu coniato il “per non dimenticare”, riferito alle vittime dell’Olocausto, lo scopo era non dimenticare dove può arrivare la cattiveria umana, la disumanizzazione dell’altro, la capacità di perdere ogni contatto con la nostra empatia e sterminare un popolo intero. Attenzione.
La ferocia di molti su molti altri. Quando è iniziata la disumanizzazione del popolo arabo e abbiamo iniziato a vederli come ometti scuri e pericolosi in nome di un Dio strumentalizzato, si sono dimenticati di dirci che la proporzione tra Islam violento e popolazione araba era pari a quella tra mafiosi e popolo italiano.

Ci siamo ubriacati di paura odio e desiderio di vendetta, guardando una manciata di uomini ferire il tempio sacro della civiltà occidentale e abbiamo trasposto il volto degli assassini in ogni magrebino o mediorientale o musulmano che incontravamo per strada.


E l’odio ha innescato altro odio, e un’intera generazione è stata svezzata in quello stesso odio. E poi è stato facile credere che ogni straniero con un diverso colore di pelle fosse un terrorista, ogni migrante un clandestino, ogni disgraziato, un invasore. Abituati a immaginare il nemico intorno a noi, abbiamo smesso persino di stupirci.

Dopo New York c’è stata Madrid, e poi Londra e poi Parigi e Bruxelles e Nizza e molti altri morti ancora e man mano l’incredulità ha lasciato spazio alla rassegnazione.

L’evento straordinario è diventato ordinario.
La cattiveria umana non ci scandalizza più.


Questo fa la guerra. Persino una di cui non conosciamo più l’entità.

Quando nel 1945 il mondo è uscito dalla guerra, si è smesso di combattere e in quel momento, la guerra è finita. Non c’erano vincitori, solo sconfitti, perché a fronte di cinquanta milioni di morti, parlare di vittoria è un ossimoro. Ma a un certo punto l’odio è finito.

Forse è ora di dare un tempo a quel mai.
Forse è ora di superare e andare avanti.
Di riaprirci alla comprensione e al dialogo.

Di riappropriarci di quell’umanità che ci è stata strappata diciotto anni fa.


A volte le guerre si vincono dimenticando.

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