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Giorno della Memoria, ci sono ancora troppi MA.

“E’ nella natura delle cose che ogni azione umana che abbia fatto una volta la sua comparsa
nella storia del mondo possa ripetersi anche quando non appartiene a un lontano passato.” 

Hanna Arendt, ‘La banalità del male’

E’ diventato difficile celebrare il Giorno della Memoria.

E’ diventato difficile perché si è detto tutto, si è fatto tutto, forse troppo ma forse non abbastanza.
Ecco il paradosso dell’informazione. Racconta, spiega, analizza, riempie un evento di tanti contenutida banalizzarne il significato.

E così succede che certi leggendo un riferimento al Giorno della Memoria, sbuffino di noia,
come si trattasse della solita ricorrenza ridondante delle nostre vite. La giostra del tempo.

Scadenze che -perdonate il gioco di parole- scandiscono il tempo ma non lo riempiono.

Perché a volte sapere non basta, a volte sapere serve solo per capire.

E cosa abbiamo capito dopo dodici anni di celebrazioni del Giorno della Memoria?

Sappiamo perché sia stato istituito, ci hanno detto cosa e chi commemorare, ci hanno spiegato che è necessario non dimenticare, come se ne fossimo stati davvero testimoni. La Shoah ci ha insegnato che sei milioni di persone possono morire al centro dell’Europa, per mano di un popolo civilizzato e colto, che la crudeltà, l’indifferenza e la vigliaccheria non sono favole, che l’uomo nero non è un personaggio della fantasia di qualche scrittore ma una minaccia reale.

Che un intero popolo è stato discriminato, segregato e poi sterminato dal pregiudizio,
da una propaganda che ha attecchito perché il terreno era fertile, perché qualcuno
è riuscito a veicolare sentimenti negativi, insoddisfazione, persino odio e violenza.

Uomini uccisi a causa della loro razza.

E noi cosa vediamo in questo Ventunesimo secolo?

Ci addormentiamo pensando che quella crudeltà sia lontana nel tempo e nello spazio ma non sappiamo davvero da dove provenga, se lo sapessimo, se avessimo capito, se quella crudeltà non ci fosse ormai indifferente, riusciremmo a vedere i segnali di ciò che sta accadendo.

Non significa che qualcuno stia preparando una Shoah ma c’è un messaggio recondito in tutte le
vicende legate a quell’abominio, che inizia dalla campagna di propaganda per rendere l’ebreo un nemico. Un nemico che è tale a causa della propria razza, ed è bastato questo per additarlo come pericoloso, per dargli colpe e addossargli crimini, per togliergli la libertà di vivere e amare.

Poco più di un anno fa, al museo della Shoah a Roma, hanno allestito una nostra sulla propaganda fascista e quello che davvero saltava agli occhi con inquietante immediatezza era il modo in cui, guardando oggetti e giornali, fosse chiaro che l’odio non era la conseguenza del razzismo, ma il razzismo era la conseguenza dell’odio. Perché quando odi qualcuno che non conosci per ciò che rappresenta e non per ciò che realmente ha fatto, quello è razzismo.
E lo è anche ricondurre qualsiasi crimine alla provenienza o al colore di chi li commette.

  

   

Questo è il limite.
Questa è la crepa.

E’ esattamente qui che dovremmo fermarci, ricordare, analizzare e capire se la provenienza, il colore della pelle, il credo religioso, siano sufficienti a condannare un uomo e quanto questo sia simile a come è iniziato il dominio nazista sulle menti di un popolo intero. Riconoscendo l’intolleranza nelle sfumature del pregiudizio.

Quando giudichiamo un uomo per i suoi reati pensando che siano conseguenza della sua razza, lasciamo che le responsabilità del singolo diventino colpe di una moltitudine di persone e questo alimenta l’odio.

Quando nei titoli leggiamo dell’immigrato che ha rubato stuprato ucciso, ci chiediamo mai quanto
la voce ‘immigrato’ reiterata accanto a certe azioni istighi l’odio generalizzato per una categoria di
persone?

Non significa pretendere di censurare l’informazione, ma capire la differenza tra un titolo che riporta una frase come ‘stupro nella notte, l’uomo di origini africane, etc’ e ‘immigrato stupra donna italiana’. E’ sottile, ma determinante, si insinua silenziosamente sotto la nostra pelle. Noi e loro, come se ognuno di noi non potesse diventare loro in un paese straniero. Perché quello che il sistema crea è il pregiudizio verso chi non c’entra nulla. Chi paga per le generalizzazioni sono coloro che rientrano in una classificazione e per quella vengono giudicati, senza che gli sia data la possibilità di esprimere le proprie individualità. E giudicare un uomo innocente per un reato commesso da altri è già di per sé, un abominio.

‘I siciliani sono mafiosi’ è un concetto radicato in molte persone in Italia. Poi, fuori dai confini nazionali, diventa ‘gli italiani sono mafiosi’. Dettagli, azzarderebbe qualcuno. Ma siamo sicuri che non sia questo il nocciolo della questione?

La nostra incapacità di analizzare ciò che ci accade intorno senza il bisogno di semplificarlo con cartelle di pregiudizio, nominate con giudizi superficiali e arbitrari?

Quanto siamo simili a chi si è lasciato convincere ottant’anni fa?
Non razziamo gente in casa propria, non denunciamo clandestini e non deportiamo nessuno ma quello è il confine estremo di una violenza che ha radici solide, fatte di indifferenza assuefazione e accondiscendenza.
Insinuazioni di altri diventate nostre certezze, quanto siamo lontani dal punire qualcuno per qualcosa che altri hanno fatto, altri con cui hanno in comune origini o cultura o colore o credo religioso?

Dove pensiamo che l’intolleranza che ci stanno insegnando potrebbe spingersi?

Quando diciamo di non voler dimenticare, siamo anche disposti a mettere in discussione i nostri pregiudizi?

Perché a distanza di molti anni sappiamo che un popolo intero ha pagato con un genocidio pregiudizi e accuse ingiuste, che milioni di persone sono state perseguitate e poi uccise pur essendo nate e cresciute come cittadini tedeschi, francesi, polacchi, italiani, olandesi etc. e ci raccontiamo che oggi l’intolleranza è rivolta a chi viene da lontano, a chi sbarca illegalmente, a chi delinque, a chi è ospite e opportunista ma la verità è che questi pretesti ci sembrano sufficienti per legittimare rancori e diffidenza.

Per varcare il confine, per chiamare un essere umano con un nome che lo accomuna
a qualcosa che probabilmente gli è estraneo. E ancora mi chiedo, dov’è la differenza?

Non mi interessa fare processi, mi basta seminare un dubbio.

Quando siamo di sera, soli, alla fermata dell’autobus e ci si avvicina un extracomunitario,
qual è la prima che pensiamo?
E quello che pensiamo è qualcosa che viene da una nostra sensazione o ci è stato inculcato da una propaganda meschina e gratuita?

E siamo sicuri di averne il diritto?

Riusciamo ancora a vedere gli esseri umani oltre ogni semplificazione?

Perché ogni volta che mettiamo un ma dopo la frase io non sono razzista, stiamo dando
una connotazione pregiudiziale a tutto quello che pensiamo, e questo è già una limitazione.

A volte per celebrare non serve ricordare, ma provare a capire.

“Quel che ora penso veramente è che il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale.”

Hanna Arendt, La banalità del male

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