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Another Brick In The Wall

di Annalisa Cozzolino

Un Muro.

Da lontano.

E io, che lo sto guardando, da quale parte mi trovo? Quella giusta o quella sbagliata? Sono gli altri che me lo hanno messo attorno per ragioni che conoscono solo loro? Oppure no? E se il muro in realtà lo avessi costruito io? Se mi ci trovassi dentro perché sono io che mi ci sono rinchiuso senza neppure rendermene conto?

Il muro siamo noi. Lo costruiamo. Ne siamo parte. Uscirne, o restarne dentro, sta a noi decidere. Solo a noi.

Nel novembre del 1989 ero ancora troppo giovane per comprendere a fondo il significato della caduta del muro di Berlino, ma percepivo in modo estremamente chiaro che quello che stava avvenendo era troppo importante per essere ignorato. Pensavo che cose come quella, costruire un muro per opprimere, respingere, dividere, non sarebbero accadute mai più. E invece, quasi trent’anni dopo, la storia non ha ancora insegnato nulla. Purtroppo. Perché se ancora oggi c’è chi intende costruirne un altro infiammando ostilità tra razze e religioni diverse, non c’è molto da sperare.

Non c’è niente che io scriva senza ascoltare musica. Non c’è momento della mia vita che io non riesca a collegare ad una canzone, ad un album, ad un gruppo musicale. Ed è per questo che quando ho considerato il tema del mese non ho potuto fare a meno di pensare a The Wall dei Pink Floyd, a Roger Waters che vuole tenere un concerto suonando The Wall proprio davanti al muro che Donald Trump intende costruire lungo il confine tra Stati Uniti e Messico. Trovo che i temi di questo celeberrimo album, uscito nel 1979, siano di enorme attualità. Non solo perché Roger Waters ha sempre espresso in maniera inequivocabile le proprie idee politiche, ma anche perché, come Waters stesso ha affermato: “The Wall parla di come possa essere dannoso costruire mura sia a livello personale che a livelli più ampi. Ed è di grande modernità, soprattutto ora con Trump, le sue dichiarazioni sui muri e la sua capacità di creare la massima ostilità tra razze e religioni diverse “.

Sono certa che chiunque ascolti quest’opera rock, perché è di questo che si tratta, possa tranquillamente identificare parte del proprio vissuto con quello del protagonista, a riprova del fatto che l’album non è solo melodia.  L’aggressività della musica di The Wall è molto forte, ma in realtà solo apparente, perché non c’è solitudine più grande di quella che prova chi si trincera dietro un muro. Ma non solo. Quest’ album è un grido potente contro la solitudine e l’oppressione di qualsiasi genere. Basti pensare che nel 1980, nell’Africa pre-Mandela il brano “Another Brick in the Wall, Part 2” è stato censurato da tutte le emittenti radiofoniche, arrivando perfino a bandire l’intero album e la band da tutto il territorio nazionale nel momento in cui un gruppo di giovani studenti cercò di boicottare l’ingiusto sistema scolastico. (Per quanto mi riguarda, le immagini che accompagnano questo brano – tra tutte il malefico professore che getta gli allievi nel tritacarne – hanno contribuito non poco ad alimentare il mio immaginario di incubi infantili, ma questa è un’altra storia…!)

Il protagonista di questa monumentale opera musicale, Floyd Pinkerton, è una rockstar. Chiuso in un muro psicologico invalicabile e soffocante, lo è a causa dei tragici avvenimenti che si sono verificati nella sua esistenza fin dall’infanzia: la morte del padre, la madre iperprotettiva, l’oppressione degli insegnanti, il fallimento del proprio matrimonio, la superficialità dello star system. Ogni avvenimento che è causa di dolore e sofferenza non è che un altro mattone nel muro che Pink costruisce, negli anni, intorno a sé. Una solida protezione dalla vita, forse, che però chiede in cambio un prezzo troppo alto, la completa solitudine, che lo trascina verso la paura di tutto ciò che lo circonda. Consapevole di tale condizione, Pink tenta di uscire dal proprio isolamento senza riuscirci, mentre i suoi produttori lo salvano da un’overdose solo per riportarlo a tutti i costi sul palco (il brano a cui mi riferisco è naturalmente Comfortably Numb, sicuramente uno dei pezzi più splendidi dell’intera discografia dei Pink Floyd).   

La narrazione degli eventi, brano dopo brano, culmina con un processo mentale il cui esito condanna il protagonista ad abbattere il muro e ad esporsi, finalmente, agli altri. E’ con questo brano che il personaggio di Pink svanisce: il messaggio finale è enigmatico e allo stesso tempo chiude in qualche modo il cerchio con la ballata Outside the Wall:

All alone, or in twos

The ones who really love you

Walk up and down outside the wall

Some hand in hand

And some gathered together in bands

The bleeding hearts and artists

Make their stand

And when they’ve given you their all

Some stagger and fall

After all it’s not easy

Banging your heart against some mad bugger’s wall.

Da soli, o in coppia

Coloro che ti amano davvero

Camminano su e giù fuori dal muro

Qualcuno mano nella mano

Qualcuno riunito in gruppi

I cuori sanguinanti e gli artisti

Resistono

E quando hanno dato tutto di sé stessi

Alcuni vacillano e cadono

Dopo tutto non è semplice

Sbattere il cuore contro il muro di un imbecille impazzito.

E’ interessante notare come sia proprio l’ultimo brano dell’album ad essere l’unico che esprima il punto di vista di chi è oltre il confine del muro. Le persone che hanno amato Pink sono rimaste fuori, continuando a camminare su e giù all’esterno del muro. Hanno provato a trovare una breccia, un punto di contatto, hanno resistito fino a vacillare e cadere. E infine se ne sono andate, perché non è semplice sbattere il cuore contro il muro di un imbecille impazzito.

E’ difficile, se non impossibile, riassumere e provare a spiegare The Wall in poche righe, ma se c’è un potere enorme che possiamo attribuire alla musica, non è solo quello di tirarci su di morale nei momenti difficili, bensì di farci riflettere su ciò che siamo, su ciò che ci circonda, sulle persone che amiamo, sul tempo in cui ci è toccato di vivere. Possiamo mettere tra noi e l’esterno barriere che possono essere forti oppure fragili; possono essere personali e sociali, erette dalla paura o dall’oppressione, dal dolore o dall’isolamento. E’ solo il lavoro di ogni individuo e comunità socialmente consapevoli cercare di non smettere mai di provare ad abbattere i muri che ci separano.

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