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Una giornata particolare, un racconto lungo quarant’anni

di Annalisa Cozzolino 

La giornata particolare del titolo del film di Ettore Scola, di cui ricorrono quest’anno i quarant’anni dall’uscita, è il 6 maggio 1938. Il regista tratteggia, con mano sapiente ma leggera, due disagi lontani, (Sophia Loren e Marcello Mastroianni intensi come non mai), eppure più vicini di quanto non possa sembrare. “Una giornata particolare” è una sorta di film spartiacque, stabilisce un prima e un dopo per il regista: Ettore Scola sembra, da qui in poi, instaurare un rapporto più stretto con lo spettatore, chiede la sua presenza, la sua partecipazione, la sua empatia nei confronti della storia narrata. Storia che oggi più che mai, ha ancora molto da raccontare.

La Roma fascista si riversa nelle strade della capitale per rendere omaggio ad Adolf Hitler, venuto in visita a Mussolini. Solenni parate militari si svolgono per tutto il giorno insieme ad altri festeggiamenti ufficiali. Ma non tutti sono accorsi all’evento, e in un caseggiato quasi deserto, per pura casualità, avviene un incontro tra due figure emarginate dalla socialità e dalla storia. Antonietta è moglie e madre di sei figli, Gabriele è un radiocronista dell’EIAR che ha appena perso il lavoro. L’evento fortuito che li avvicina, la fuga dalla gabbia di un uccello dalla finestra di Antonietta, distoglie Gabriele dal suicidio, anzi sembra addirittura risollevarlo e fargli prendere una risoluzione diversa. Tutto avviene in pochissime ore, in spazi ristretti e con la colonna sonora della radio fascista sempre accesa.

Se il cinema è l’arte che consente di scavare a fondo in un pertinente momento storico attraverso le vicende personali e umane dei due protagonisti, nondimeno l’ambientazione, i paesaggi, i costumi, la stessa tecnica del montaggio ci offrono stimoli e spunti di riflessioni assolutamente in grado, ancora oggi, di essere perfettamente contestualizzati: permettono di entrare il più possibile, in altre parole, nella dimensione quotidiana di un’epoca ben precisa. Vediamo come.

Antonietta è una persona semplice, dedita alla casa e alla famiglia. Appare sciatta, disfatta ormai da sei maternità e dalla fatica del quotidiano, che si ripete sempre uguale e in cui nessuno dei suoi familiari le riconosce i giusti meriti. La scorgiamo all’inizio del film, dopo un lungo piano sequenza che accompagna lo spettatore direttamente in casa sua. Il marito, impiegato fascista, le ha instillato la convinzione secondo cui la donna ha il solo dovere di occuparsi della casa e del focolare (motivo per cui, a differenza del resto della sua famiglia, la donna non parteciperà alla manifestazione).

Gabriele è l’immagine dell’intellettuale indisciplinato, non allineato con la cultura del regime, non politicamente impegnato ma che non riesce a capacitarsi di fronte alla fiducia della gente nei confronti di un regime così opprimente e persecutorio. E’ per questo che il dramma della sua omosessualità gli procura isolamento, violenze e discriminazione sino alla perdita del lavoro. Gabriele è una figura ambigua agli occhi di Antonietta: non è né soldato, né marito, né padre”. Lui stesso in seguito le confessa la propria omosessualità, ragione per cui è stato licenziato dall’EIAR, in attesa di essere mandato al confino da un momento all’altro. Anzi, quella sua confessione, urlata in modo appassionato e tragico diventa un atto d’accusa verso una società che non prevede un uomo che non sia “né soldato, né marito, né padre”, ma di contro, neppure una donna che non sia “né moglie né madre”. La donna cerca di andare oltre le parole di disprezzo udite dalla portiera a proposito di Gabriele, definito un sovversivo, un antifascista, un soggetto pericoloso. Pur essendo conformista, in lei prevale la curiosità verso un mondo e un individuo estremamente diversi da lei.

L’attrazione reciproca diventa a un certo punto intuizione: ognuno dei due capisce che l’altro può dargli qualcosa. La personalità di Antonietta, uccisa dall’indifferenza, trova nell’attenzione di Gabriele un riscatto. Anzi, quasi non riesce a credere che un altro uomo possa ascoltarla, che possa addirittura farla riflettere sulle proprie convinzioni politiche. Ciò che di importante avviene in questa giornata non è l’evento che accade fuori dalle mura del caseggiato, ma lo scambio umano di sentimenti e di idee tra due persone che non sono come tutti gli altri, e che in circostanze diverse probabilmente non avrebbe avuto luogo. E’ un incontro intimo, coinvolgente, profondo, completamente opposto a quello chiassoso che avviene fuori. Il regista ne mette a parte lo spettatore attraverso la radio e la visione di filmati dell’epoca, quasi a interrompere bruscamente il dialogo e le discussioni tra i due protagonisti. 

La giornata volge al termine, ed è particolare anche nella sua conclusione. Antonietta guarda con tristezza fuori dalla finestra, ma non senza speranza: dopo essersi occupata della famiglia ormai rincasata, la donna comincia a leggere il romanzo regalatole da Gabriele, I Tre Moschettieri, ignorando il marito che le ordina di raggiungerlo presto a letto. L’incontro con Gabriele l’ha profondamente cambiata: lei non dimenticherà più colui che le ha fatto comprendere di valere qualcosa, di essere importante nella sua individualità al di fuori del ruolo familiare.

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