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SettePerSette. Sette romanzi per Sette grandi film

di Annalisa Cozzolino

Dal libro al grande schermo il passo può essere breve, magnifico, o in alcuni casi portare, ahimé, ad una rovinosa caduta. Credo sia piuttosto inutile stare qui a raccontare quante volte mi sono aspettata grandi cose dalla trasposizione sullo schermo di un romanzo amato e letto con piacere, per poi scoprire con amarezza che tutto il mondo che la pagina scritta ha evocato viene spietatamente cancellato da scelte stilistiche e narrative che non corrispondono affatto a ciò che io e voi (appassionati) lettori abbiamo messo a fuoco nel nostro immaginario. Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che bisognerebbe prendere le due opere come due mondi separati, da considerare per ciò che rappresentano singolarmente senza fare paragoni. Forse questo è l’unico modo per godere appieno di una trasposizione cinematografica, anche se, per fortuna, nei casi più felici la resa sullo schermo può senz’altro arricchire di suoni, sensazioni e immagini il mondo interiore che un bel romanzo ci ha di fatto regalato.

  • Il Signore degli Anelli di Peter Jackson (2001-2003-2004)

Piccola premessa: non sono mai stata un’amante del fantasy (termine piuttosto riduttivo per definire l’opera di J.R.R.Tolkien, e dopo vi spiegherò perché). Ho visto la prima parte di questo film, La Compagnia dell’Anello, con un misto di curiosità e scetticismo, in un freddo sabato invernale di qualche anno fa. Non sapevo nulla né della storia, né dei personaggi, ma è stato amore a prima vista: sono stata letteralmente catapultata nelle avventure e nel mondo della Terra di Mezzo e dei suoi abitanti (e naturalmente sono corsa subito a comprare il romanzo, tra la tentazione di sapere subito cosa sarebbe successo e la voglia di tenerlo lì buono ad “aspettarmi”). Il Signore degli Anelli, che ci si riferisca al romanzo così come al film, non è semplicemente un racconto popolato da maghi, elfi e hobbit. Racconta una storia potente, e la potenza del racconto viene dal fatto che in esso vi sono rappresentati, in maniera affatto superficiale, tutti i sentimenti umani: l’amicizia, la solidarietà, l’amore, ma anche la debolezza, il dolore, la solitudine, l’invidia, la brama di potere, l’eroismo. Realizzare questo film è stato, per Peter Jackson, che ha amato profondamente il romanzo, un sogno divenuto realtà. Si potrebbe discutere a lungo su alcune delle scelte narrative compiute dal regista e che non sono state apprezzate dai puristi dell’opera, ma restano, innegabili e inalterati, la magia e la meraviglia della favola, in un racconto che si riversa dalla pagina scritta al grande schermo in maniera irripetibile e spettacolare.

  • Amabili Resti di Peter Jackson (2009)

Dopo i fasti de Il Signore degli Anelli e King Kong, Peter Jackson torna al cinema portando sullo schermo lo struggente romanzo di Alice Sebold. Amabili Resti è un’opera molto particolare: rappresentare in maniera non artificiosa il limbo temporale in cui la giovanissima protagonista si ritrova dopo essere stata assassinata senza scadere nel sentimentalismo non era affatto impresa semplice, almeno per come la vedo io. Il lato fantastico di questa storia in realtà rappresenta solo una cornice, poiché il vero fulcro di essa è l’elaborazione del lutto, il modo in cui la famiglia della giovane Susie affronta il dramma della sua scomparsa. Credo che ancora una volta Peter Jackson abbia fatto un lavoro splendido, mescolando tra loro abilmente più stili narrativi diversi e toni del racconto apparentemente inconciliabili tra loro. Se mentre lo guardavo emozionandomi ho pensato “questo è come me lo immaginavo…ed anche questo”, (e non è ciò che un lettore si augura accingendosi a guardare la trasposizione cinematografica di un libro?) beh, allora credo che il regista abbia amato questa storia dal profondo, e l’abbia restituita sullo schermo nel modo più commovente ed emozionante.

  • Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan (1962)

Questo film, così come il romanzo omonimo, è una vera opera d’arte, e lo è per numerosi motivi: per la storia narrata e il suo messaggio, potentissimo e più attuale che mai, (il buio oltre la siepe non è altro se non l’ignoto e la paura generata dal pregiudizio), per Gregory Peck e la sua memorabile interpretazione, per la bellezza della linea narrativa e della scenografia e per molto altro ancora.  Nell’Alabama dei primi anni ’30, in piena Grande Depressione, un avvocato bianco difende un giovane nero ingiustamente accusato di stupro, mentre i suoi figli, ancora in tenera età, trascorrono le loro giornate giocando e fantasticando, ponendosi mille domande sul misterioso individuo che abita nella casa in fondo alla strada. Il romanzo e il film procedono nella narrazione attraverso il racconto della piccola Scout, che diventa più grande e consapevole man mano che la storia volge al termine, come in un romanzo di formazione, e allo stesso modo anche il film è un film di formazione, fortemente educativo, con una memorabile fotografia bianco/nera di Russell Harlan (tra le migliori del decennio), scelta assolutamente perfetta, nonostante il film fosse uscito in un periodo in cui il colore era già fortemente affermato.

  • Fight Club di David Fincher (1999)

Fa quasi impressione dirlo, ma quest’anno Fight Club ha raggiunto la maggiore età. A mio parere questa è una delle trasposizioni più riuscite su schermo di un’opera letteraria moderna (tra l’altro Chuck Palahniuk aveva pubblicato il romanzo solo tre anni prima). E’ difficile classificare quest’opera in maniera definita, e mi spiego meglio: cos’è Fight Club? Un dramma? Un film d’azione? Un horror? Una lunga seduta psicanalitica? Una preveggente e attualissima disamina sociale? Una nevrosi meta cinematografica? Un sogno sociale utopistico? Io credo che sia tutte queste cose, e anche molto di più. Impossibile continuare a parlarne senza incorrere in uno spiacevolissimo spoiler, ma una cosa è certa: non restare affascinati dalla visione di questo film, così come dalla lettura del romanzo, è impossibile. La regia sapiente di Fincher ha saputo dirigere i due protagonisti, (Ed Norton e Brad Pitt in assoluto stato di grazia) in un film che è un viaggio psicanalitico che non si ferma al semplice contrapporsi del bene e del male, dell’eroe e del cattivo ma si spinge oltre, coinvolgendo lo spettatore in una riflessione profonda su sé stesso, sul proprio disagio, su una società che fa della competizione esasperata uno dei suoi fondamentali (?) valori.

  • Misery non deve morire di Rob Reiner (1990)

Diciamolo subito: Misery è un thriller che non lascia respiro. Tratto dal bellissimo romanzo di Stephen King, è un film che tiene lo spettatore incollato alla poltrona quasi al punto da farlo sentire intrappolato, insieme al protagonista, nella casa isolata della folle infermiera che ha casualmente soccorso il suo scrittore preferito dopo che quest’ultimo è rimasto vittima di un grave incidente d’auto. Il rapporto tra lo scrittore bloccato a letto e la sua infermiera, la sua fan numero uno interpretata da una magnifica Kathy Bates, è di fatto inizialmente amichevole, ma ben presto si rivela in tutta la sua perversione. Quando scopre che nell’ultimo romanzo la sua beniamina, Misery, muore, l’infermiera scatena tutta la sua paranoica follia: costringe lo scrittore a resuscitarla in un nuovo romanzo, rendendogli la vita un vero inferno, un incubo ad occhi aperti. Il film, così come il romanzo di King, rappresenta in maniera perfetta la parabola del rapporto tra lettore e scrittore. Uno scrittore scrive per sé stesso o per i lettori? Romanzo e film lasciano entrambi aperto il dibattito. Ah, a proposito: ascoltare la sonata Al chiaro di Luna di Beethoven dopo aver visto questo film non sarà mai più la stessa cosa.

  • The Hours di Stephen Daldry (2002)

Le Ore di Michael Cunningham è un vero bestseller. E’ un romanzo breve, ma densissimo di contenuti e riflessioni sulla vita. Non stupisce, dunque, che Daldry (già regista di Billy Elliot, per capirci), ne abbia voluto trarre un film e che il risultato, per fortuna, sia stato più che soddisfacente. Tre donne in tre epoche diverse: Virginia Woolf (interpretata da Nicole Kidman, premio oscar proprio per questo film), Laura Brown, interpretata da Julianne Moore, madre di famiglia negli anni ’50 e infine Clarissa, una strepitosa Meryl Streep, la cui vita è ambientata nella caotica e contemporanea New York. In un continuo dialogo interiore, rimando ovvio e ben riuscito allo “stream of consciousness” del romanzo, i personaggi del passato e del presente intrecciano i loro pensieri cupi; ognuno vive la propria vita in maniera infelice, e la melanconia sfiora la depressione e l’ipersensibilità verso il destino degli altri. Un’unica giornata per tre vite, poche ore per decidere, e pensare. Tre piani narrativi continuamente intrecciati tra loro dalla bellissima colonna sonora di Philip Glass, come a voler sottolineare che al di là delle nostre azioni c’è qualcosa di indefinibile ma continuo, che ci coinvolge nel profondo, come i sentimenti e le azioni che da essi derivano.

  • Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme (1991)

Poche chiacchiere: questo film, così come il romanzo, è un capolavoro. Jonathan Demme, regista talentuoso, qui lavora su due piani: non c’è solo l’horror, la paura che la storia in sé suscita nello spettatore, ma c’è anche l’abisso e l’orrore nell’animo dei protagonisti. Nella letteratura, così come nel cinema, oggi non si può immaginare, pensare o scrivere di assassini seriali senza riferirsi al personaggio di Hannibal Lecter. La grandezza di Anthony Hopkins, contrapposta ad una altrettanto eccezionale Jodie Foster, fa del proprio personaggio un’icona entrata nell’immaginario collettivo: è l’incarnazione del male, certo, ma è anche un uomo intelligente, colto, pieno di fascino, che esercita il proprio potere muovendosi pochissimo e giocando tutto sullo sguardo, penetrante, glaciale, profondo. Vedere questo film è come accedere in posti oscuri della memoria in cui la parte più cosciente del nostro io è incapace di entrare: mette a disagio, inquieta profondamente, cattura i pensieri dello spettatore per giorni. Dagli anni ’90 ad oggi ci sono riusciti, altrettanto bene quanto Jonathan Demme, davvero in pochi.

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