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Boccioni, il bianco che non può essere dipinto

di Federica Tedeschi

Nella realtà di tutti i giorni si è portati ad ignorare la possibilità che una condizione intellettuale incline all’amore per l’arte abbia di influenzare la comprensione dello stato d’animo di un giorno, o quello di una intera esistenza. Se solo fossimo disposti a rischiare di imparare a leggere colori, forme, pennellate e sfumature vi assicuro che non solo saremmo pronti a lasciarci alle spalle la mediocrità che ci spegne di giorno in giorno, ma anche saremmo più completi, come un quadro a cui si aggiunge la firma, una torta su cui si è accesa una candela, o un cielo nel quale si scorge finalmente la luna.

Proviamo a considerare che tutto quel che il nostro animo sente e vive si può tradurre in colore e forma.

Si dice che l’amore sia rosso, la morte sia nera e la speranza verde.

Ma c’avete pensato mai al colore che ha la tristezza di un addio,
o l’intraprendenza di chi va via e la solitudine di chi resta?

Tranquilli, non dimenatevi più di tanto nel fingere riflessioni e conclusioni, c’è già chi ha risposto a questa domanda prima che voi nasceste.

So per certo che In questo istante il 90% di voi si stia chiedendo chi sia sto tizio, perché per abitudine, ignoranza e pigrizia l’Italiano medio si sente soddisfatto di “conoscere” quel che gli artisti del nostro paese hanno creato più o meno sino al ‘700 (e ringraziatemi che già son stata buona), sguazzando nella convinzione che da quel secolo in poi l’arte che bella appare agli occhi sia morta e che tutto quel che di lì in poi è nato sia definibile come accozzaglia di colori, forme e scarabocchi.

Al massimo dell’800 ci ricordiamo di quello che dipingeva le ballerine, quello che ritraeva le comari che facevano colazione nei giardini e quell’altro che ha dipinto la tizia con la tetta al vento che sventola la bandiera francese tra i cadaveri, se poi vogliamo strafare tuffandoci nel secolo successivo alla meglio c’abbiamo quello cubista, e quello dell’urlo.

Peccato che tra questi da me citati come i più conosciuti comunemente, non ci sia un solo italiano, e non perché di fatto non ci sia stato nessuno di notevole importanza, ma semplicemente perché noi ne ignoriamo l’esistenza.

Allora oggi aggiungerete un tassello al vostro triste puzzle del ‘900, questo tassello si chiama Umberto Boccioni e a quel suo ciclo pittorico che fu enciclopedia cromatica dell’animo umano, lui diede il nome di ‘Stati d’animo’ (1911). Il ciclo è composto da sei tele in tutto che ritraggono tre soli concetti ripetuti due volte a distanza di mesi, la tristezza degli addii,  l’incoscienza di chi va e la solitudine di chi resta .

Una terzina è conservata al Museum of Modern Art di New York, l’altra, quella di cui sono perdutamente innamorata e che voglio farvi conoscere oggi è custodita al Museo Civico d’Arte Contemporanea di Milano.

Sono tele piccole, di quelle che l’occhio riesce a riempirsene con uno sguardo solo.

Gli Addii sembrano non avere consistenza, è il colore che si fa fluido per volere della pennellata, non oppone resistenza, come si fa liquida l’anima di chi piomba in un addio inaspettato e si adatta alla forma di un assenza che mai più sarà presenza, nell’illusione di riempire il vuoto.

Come acqua che riempie una scatola.

Onde cromatiche inafferrabili.

Non hanno forma gli addii, solo colori.

L’intraprendenza di chi va via non si arresta mai, Quelli che vanno non si fermano, qualche volta si voltano formando iperboli verticali di nostalgia effimera, guardano quello che si lasciano alle spalle e poi riprendono la loro corsa.

Quelli che restano hanno il corpo greve di tristezza, con il capo chino si rassegnano ad una pioggia densa che  dall’alto gli piomba addosso appesantendo membra e pensieri. È verde sbiadito la solitudine di chi rimane, come una speranza diluita di consapevolezze.

E i ritorni? Di che colore son fatti? Che forma hanno?

Boccioni non li ha dipinti.

Forse perché l’atto del RI-tornare implica un percorso inverso in cui il punto di partenza si trasforma in punto di arrivo, ma ciò in natura non è possibile.

Tutto è in movimento e cambiamento perenne, da un viaggio non si ritorna più come si era prima di partire, chi vive un addio per sempre vivrà con la consapevolezza che nulla sarà più come prima, chi resta si adatta ad una nuova normalità che sa di mancanza.

Si può tornare, ma mai ritornare.

Credo che i RI-torni abbiano forma circolare, come i fossati scavati intorno ai castelli medievali; percorrerli all’infinito ci renderebbe immobili, vuoti e stolti.

E credo anche che siano bianchi, il colore che non si può creare.

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