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Come back to Derry. 1200 pagine, 17 giorni, svariati anni dopo.

di Ilaria Minghetti

Come ormai tutti sanno, il 19 ottobre approderà nei nostri cinema il primo adattamento per il grande schermo, quella del 1990 era una serie televisiva, di “It” il romanzo di Stephen King.

A dirigere inizialmente il film era stato chiamato Cary Fukunaga (“True Detective”) responsabile anche della sceneggiatura insieme a Chase Palmer e David Kajganich; nel 2015 tuttavia Fukunaga abbandonò il progetto a causa di “divergenze artistiche”; la produzione quindi affidò il progetto ad Andres Muschietti, che revisionò la sceneggiatura di Fukunaga apportando delle modifiche. Come accade spesso quando si tratta di opere iconiche della nostra gioventù, da brava vecchia rompiscatole quando sento parlare di remake, reboot o simulacri vari, tendo ad emettere sbuffamenti e brontolamenti vari. Nel caso di “It” a farmi storcere il naso era proprio il nome di Muschietti, responsabile del non memorabilissimo “La madre”, insieme a Bill Skarsgard scelto per interpretare Pennywise; come al solito bisognerebbe sempre applicare la regola “prima vedo e poi parlo”; sono bastati i primi trailer a farmi nascere quello che in gergo ggiovane viene chiamato hype, ovvero “attesa alla massima potenza”; il look di Pennywise è assolutamente strepitoso e Muschietti sembra non aver fatto sconti a nessuno in merito a spaventi. Uscito l’8 settembre negli USA con il marchio “R” (divieto ai minori di 17 anni non accompagnati) “It” ha ottenuto ottime recensioni.

Del mio primo incontro con la monumentale opera kinghiana, avvenuto più o meno una ventina di anni fa, avevo ricordi parecchio confusi, flash del libro mischiati a scene della serie, non propriamente memorabile ma diventata comunque oggetto di culto a causa di un Tim Curry capace di terrorizzare una generazione, o forse eravamo soltanto più giovani ed ingenui, nei panni di Pennywise il clown la principale forma assunta dall’entità malefica chiamata appunto “It”. A seguito della ferma intenzione di andare a vedere il film, sperando in qualcuno disposto ad accompagnarmi o dovrò affrontare una visione piuttosto impegnativa in solitaria, ed approfittando delle sospirate ferie, ad agosto ho ripreso in mano il libro.

1200 pagine divise in 17 giorni. 1 oretta, minuto più minuto meno, di lettura al giorno sulla spiaggia, una costanza ed una disciplina che non applicavo da tempo immemore, e mi farebbe comodo anche in altri campi.

Tornare a Derry è stato come intraprendere un viaggio.

Per i pochi che non l’hanno ancora letto, senza spoilerare troppo, “It”, oltre essere un romanzo horror, è un romanzo di formazione. Un coming of age in cui ogni lettore si può riconoscere.

Gli adulti figure indifferenti quando non crudeli, gli amici sono la vera famiglia, lo stare insieme uniti l’unico modo per affrontare e sconfiggere l’orrore. E si diventa grandi senza ricordarsi praticamente più nulla.

Alcune volte bisognerebbe restasse tutto così; riesumare ciò che abbiamo apprezzato quando eravamo più giovani può rivelarsi un grossolano errore. (Ri)leggere “It” dopo vent’anni, anno più anno meno, dalla prima lettura ne ha riportato a galla i pregi evidenziandone però anche i difetti.

Prima che inizi la lapidazione abbia inizio confermo come si parli comunque di un libro eccellente.

King porta il lettore letteralmente dentro Derry, la sua atmosfera malsana e crudele ti si appiccica addosso, Derry è It- it è Derry, i Barren e le fogne diventano luoghi famigliari. Sa come avvolgerti d’angoscia. Alle volte King pare però quasi non sapere dove andare a parare, procedendo nel racconto in modo così arzigogolato e prolisso come se volesse far intenzionalmente il lettore nei meandri del racconto. Peccato che il lettore (più smaliziato?) finisca con l’uscire distrutto da tanto prolissume. Un paio di momenti poi, di cui ammetto mi ero completamente dimenticata, mi hanno lasciata abbastanza basita. Senza spoilerare troppo, se uno può avere anche un senso, l’altro, quello della gang bang nelle fogne mi ha fatto sentire veramente a disagio. Forse sono soltanto una vecchia bacchettona, ma mi sono chiesta cosa cavolo pensasse King quando ha scritto una scena del genere, tra l’altro appiccicata letteralmente con lo sputo all’interno della storia. Per fortuna Muschietti, vista anche la necessità di “asciugare” un mattone altrimenti inadattabile al grande schermo, le ha eliminate entrambe, scelta sensata che sicuramente gioverà al film.

Alla fine quindi, tornare a Derry mi  ha preparato meglio alla visione di una delle pellicole forse più attese dell’anno, ma forse non è stata una grandissima idea. Diradare la nebbia ha sciolto gli incubi ma ha lasciato una stanchezza ed una malinconia staccatasi di dosso con grande difficoltà, come la patina sulle vecchie foto.

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