Narcos, terza stagione esplosiva anche senza Pablo

di Rossana Soldano

A proposito di ritorni.

Il primo Settembre è tornata Narcos, la serie di Netflix sul narcotraffico sudamericano.

Incentrata nelle prime due stagioni sulla figura criminale di Pablo Escobar, Narcos torna con una terza stagione che è una scommessa vinta –e infatti se ne prepara già una quarta- per quanti speravano di poter riuscire a realizzare un prodotto narrativo che non fosse qualitativamente più basso rispetto alle due precedenti.

Chiariamo.

Il carisma di Pablo –e quello del suo interprete Wagner Moura- mancano da morire,
non c’era una figura che potesse coprirne la mancanza, ci sono voluti tutti e quattro
i gentiluomini di Cali anche solo per avvicinarsi a quel monumentale personaggio.

Ma ciò in cui gli autori sono stati bravi è stato dirottare l’attenzione dello spettatore, non cercare di cavalcare l’onda del successo provando a inventare un nuovo carisma, ma mettendo l’accento sulle differenze.

E così questa terza stagione segue sì lo stile proprio di Narcos, voce narrante, doppia lingua, fotografia limpida ma con richiami caldi, ma inverte la rotta che, complici gli eventi e i soggetti reali, sfrutta a suo favore il diverso materiale a disposizione.

Se prima l’obiettivo era catturare il chiassoso e spudorato Pablo Escobar, re della cocaina e in un certo qual modo divo di Medellin, che indossava improbabili maglioni e sfidava lo stato colombiano con atti di terrorismo, che aveva scelto la dorata prigionia de La Catédral, ora le prede sono i gentiluomini del Cartello di Cali, business men in giacca e cravatta che tengono privati i loro veri affari in banche di cui sono azionisti e vivono nell’ombra dei loro appartamenti di lusso, pronti ad accordarsi con lo stato invece di combatterlo.

Se prima i poliziotti erano i buoni, gli eroi, adesso sono i nemici della Dea, complici al soldo dei trafficanti.

Sembrano dettagli ma sono i dettagli che hanno permesso di reinventare la serie intorno a diverse dinamiche e creare un nuovo tipo di attesa, di pathos.

Se nelle prime due stagioni, nonostante il racconto in prima persona dell’agente Murphy, Pablo Escobar era protagonista e antagonista indiscusso, personaggio attraverso il quale passava e si reggeva l’intero show, questi personaggi sono più controversi, sembra quasi di non odiarli abbastanza.

Per contro si amano e si teme con più fervore, per i buoni, uno in particolare, Jorge Salsedo –interpretato da Matias Varela- le cui vicende tengono alta la tensione per gran parte di questa terza stagione.

Perché se Pablo era il re indiscusso delle prime stagioni, in questi nuovi episodi la vera protagonista è l’ansia, quella vera, la capacità di tenere lo spettatore in un costante stato di inquietudine e incertezza.

Splendido sempre Pedro Pascal nei panni dell’agente Peña, ma le due scene iconiche di questa stagione hanno come indiscusso protagonista Alberto Amman, protagonista di un ballo –con bacio- gay prima dell’ennesimo assassinio e l’indimenticabile irruzione in chiesa per uccidere i dissidenti del Nord del Valle.

Il momento in assoluto più pulp non solo di questa stagione, ma di tutto Narcos.

 

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