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Dunkirk, la guerra diversa di Christopher Nolan

di Rossana Soldano

Se questo film fosse un’immagine, sarebbe l’immagine di un soldato su uno dei moli di Dunkerque,
che durante un bombardamento fa un gesto istintivo, semplice, quasi banale, si stringe addosso la
coperta che lo avvolge e abbassa la testa.

Come da bambini si combattono i mostri del buio accartocciandosi sotto le lenzuola.

Cosa riassume il significato di casa più dell’istintiva quanto irrazionale sicurezza che rappresenta?

Come può una coperta difendere da un bombardiere tedesco?

Eppure, a dispetto dell’irragionevolezza di certi gesti, o forse proprio grazie a questi, Nolan compie nella storia del cinema di guerra un miracolo e una rivoluzione.

Inventa un’umanità nuova e ci invita, avvolge, sconvolge, e incanta.
Perché si fa già fatica a inserire Dunkirk nella categoria film di guerra.

Se andrete al cinema aspettandovi qualcosa di simile ai ventiquattro minuti di sbarco del soldato Ryan, o del pathos di Platoon, della crudezza di Letters from Iwo Jima, della crudeltà de La sottile linea rossa, o della retorica di Pearl Harbor,
non troverete nulla di tutto questo.

Dunkirk è un film ambientato durante la guerra, che non parla di guerra, nel quale i protagonisti fuggono dalla guerra, una guerra in cui non li vediamo combattere davvero.

A Giugno del 1940 l’esercito britannico deve tornare a casa dopo la disfatta in Francia, è accerchiato dai tedeschi che però non affondano il colpo finale e attaccano solo dall’alto sperando nella resa inglese.

Se questo film fosse una parola, quella parola sarebbe home.

Ripetuta, urlata, sospirata, desiderata.

Che ritorna, costantemente.

E non c’è bisogno di dare un nome a quella cosa, di dare tratti di riconoscibile umanità, non ci sono stralci di ricordi mai, durante il film, questa casa prende un nome diverso.

Così Nolan fa un gioco di prestigio, ingannando l’empatia a cui siamo abituati.

Non svela i personaggi nel loro background, non racconta storie, racconta volti e sguardi e istinti,
momenti che non hanno bisogno di un forte impatto emozionale per conquistare lo spettatore.

Non c’è empatia con i personaggi, ci si sente personaggi.

Differenze sottili che cambiano il modo di raccontare la guerra.
Nolan crea la storia intorno all’evento, non intorno ai giocatori.
Non c’è un reale protagonista e non c’è un reale antagonista.

Dei personaggi non si conosce neanche il nome, gli occhi del nemico non vengono mai mostrati.

Sono aerei, cannoni, fucili, buchi in una parete, ma mai identità.

Al contrario di quello che potrebbe sembrare, non punta a tenere lo spettatore in uno stato d’ansia, non racconta storie intime dei protagonisti per farceli amare, li mette in pericolo senza creare un prevedibile effetto tragedia.

Il talento di Nolan è farci sentire il buio di una barca che affonda, farcelo vivere nella cecità.

Non c’è alcun tipo di retorica, di ammiccamento, di sensazionalismo.

Non c’è eroismo, non c’è l’orrore vero, non c’è la carneficina.

Come nella corsa iniziale del personaggio di Fionn Whitehead, che corre verso la spiaggia di Dunkerque, con l’artiglieria tedesca alle spalle, sempre un passo dietro di lui.

Nolan gioca con l’attenzione dello spettatore spezzando la storia in tre parti, tre piani temporali differenti, tre diverse trame.

Metterle insieme, ricongiungerle rappresenta il climax, il momento definitivo in cui home smette di essere un miraggio e diventa il coraggio di un’intera nazione.

E questa può sembrare retorica, ma è solo suggerita, vissuta, ricalcata su fatti realmente accaduti che non hanno bisogno di nient’altro che della realtà per risultare straordinari.

Non è la retorica di Nolan ad aver reso la sconfitta di Dunkerque, una vittoria, è stata la battaglia successiva, quella grazie alla quale un intero popolo ha lottato e vinto tenendo lontano il nemico.

Lo spirito di Dunkirk è una trincea scavata sotto una coperta.
E’ la sensazione che una sconfitta non basti a creare sconfitti.

Girato interamente in 70mm, questo film merita di essere visto in sala,
magari in lingua originale, poiché il doppiaggio ne ha sporcato il senso.

Se si escludono Kenneth Branagh, Tom Hardy e Cillian Murphy, il cast è composto quasi interamente da attori giovani e semi sconosciuti, Fionn Whitehead è un esordiente e Harry Styles non è neanche un attore, ma questo non fa che rendere più straordinarie le loro interpretazioni.

Perfetta la colonna di Hans Zimmer, non nuovo alle partiture per i film di guerra -aveva già composto quella de La sottile linea rossa, Black Hawk Down e collaborato per quella di Pearl Harbor- e soprattutto già autore per altri film di Nolan.

Non solo musica, ma il suono stesso della paura.

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