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La Prima Volta (di arte e di viaggi)

ph. delfi de la Rua

di Annalisa Cozzolino

Ci sono prime volte che per la loro bellezza e la loro carica emotiva non possono essere dimenticate. Altre che restano un evento unico e altre ancora che diventano seconde, terze e così via. Molte volte l’incanto è talmente forte che lo stupore, la meraviglia, lo splendore diventano più forti di tutto e non c’è posto, nei nostri occhi e nel nostro cuore, in quegli istanti indimenticabili, per niente altro. Ci sono tanti modi di pensare alla bellezza di una prima volta, ma visto che in questi giorni i miei ricordi personali vanno a un viaggio fatto proprio un anno fa, ho pensato allo sbalordimento che provoca l’arte quando la si “vede” per la prima volta, a quei dettagli emozionanti che per quanto ben riprodotti sui libri non possono in alcun modo essere trasmessi attraverso la carta.

Dunque, dicevo di un viaggio da cui ho preso spunto per parlare di prima volta legata all’arte e quindi partiamo da Amsterdam e l’incredibile, irrinunciabile Van Gogh Museum. Avendo amato questo artista da sempre, ero giustamente emozionata al pensiero che avrei finalmente visto le sue opere ma non ero preparata alla potenza del loro impatto emotivo. E’ impossibile descrivere ogni dipinto di questo museo, ma voglio provare a farlo, per quanto possibile, almeno per alcuni di essi. Ciò che sapevo di Vincent Van Gogh è che era stato molto determinato. A 27 anni aveva deciso di diventare un artista, e con ferrea disciplina e grande tenacia aveva cercato di migliorare disegno dopo disegno, quadro dopo quadro. I suoi primi modelli sono stati le persone umili, i contadini che ben conosceva, “…grossolani, facce piatte con la fronte bassa e le labbra grosse”, come scriveva al fratello Theo. Il duro lavoro, la costanza con cui Vincent resiste a tutto sfociano nel primo grande studio di figure, che è anche il suo primo capolavoro: I mangiatori di patate.

Si viene letteralmente presi per mano e portati, attraverso il lavoro di Vincent, davanti a questa opera che nella sua cupezza e semplicità (ma solo per quanto riguarda il soggetto) è piena di vita, odora di pancetta, fumo e patate al vapore. Quei contadini, quella povera gente che mangia patate alla luce fioca di una lampada ha zappato la terra dove quelle patate sono cresciute, e che ora sono frutto e ricompensa del loro duro lavoro. E’ curioso notare che l’unica figura di questa famiglia di cui non si vede il volto, è una bambina: quasi come se l’artista avesse voluto in qualche modo preservarla dalla durezza di una vita piena di stenti e difficoltà. 

ph. Alice Donovan Rouse

Dopo due anni a Parigi, avendo assorbito tutto ciò che la città potesse offrirgli in termini di ispirazione pittorica, Van Gogh è pronto per il passo successivo: il sud della Francia. Ad Arles Vincent arriva pieno di entusiasmo, inizia subito a dipingere nella campagna circostante, ed è proprio qui che raggiunge la piena maturità artistica: prende in affitto una casa che diventerà il soggetto di uno dei suoi quadri, La casa Gialla, e intanto sogna di fondare una comune di artisti. Dopo ripetute sollecitazioni convince Paul Gauguin a raggiungerlo, e per dargli il benvenuto, decora la camera che lo ospiterà con uno dei suoi capolavori più celebri: I Girasoli.

Come dicevo prima, visitare il Van Gogh Museum significa fare un percorso, passo dopo passo, nella temporalità cronologica delle opere di Van Gogh. Ed è per questo che arrivando davanti a I Girasoli si avverte tutto il cammino fatto dall’artista, tutto quello che egli aveva assorbito e che lo aveva portato fin lì. Un quadro celebre spesso lo vediamo ovunque, nelle pubblicità, riprodotto nelle stampe, perfino nei complementi di arredo, e proprio perché lo vediamo così spesso, non lo “guardiamo” più. E’ come se fossimo assuefatti, abituati alla sua presenza, persino alla sua bellezza, ammesso che davvero sia possibile abituarsi alla bellezza. Vedere “I Girasoli” dal vivo è stato come vederli per la prima volta, ed è stata un’emozione fortissima. I fiori sembrano tridimensionali, sono vivi nel vaso in cui si trovano perché c’è un contrasto nettissimo tra la piattezza del fondo del dipinto e del vaso, mentre i girasoli, dipinti con pennellate ruvide e dense sembrano quasi contorcersi in tutte le direzioni. Usando diverse tonalità di giallo e niente altro, Van Gogh ha creato una armonia unica di colori, colori di una brillantezza che nessuna foto e nessuna stampa, per quanto ben fatta è capace di riprodurre. Questi bellissimi fiori avevano un significato speciale per l’artista: come scrisse a suo fratello Theo, comunicavano gratitudine. Era proprio questo il sentimento che egli aveva provato nei confronti di Gauguin, che aveva accettato di raggiungerlo, sebbene la convivenza tra i due non solo non si rivelò affatto facile per divergenze artistiche e personali, ma terminò con un noto, tragico incidente.

Perfino davanti al celebre dipinto della sua camera, visto e rivisto ovunque, non si può rimanere indifferenti: la semplicità degli accostamenti cromatici e la particolare prospettiva rendono questo dipinto unico, ma non è solo questo ad incantare. Guardandolo si ha l’impressione di entrare direttamente nella mente dell’artista, di comprendere a fondo la sua personalità, il suo modo di concepire l’arte. Guardare La camera di Vincent ad Arles è stato come entrare nella camera stessa del pittore, in quella stanza in cui erano incapsulati tutti i sogni del primo, entusiasmante periodo nel sud della Francia.

Nonostante l’incidente dell’orecchio e il successivo ricovero in clinica, Van Gogh non smette di dipingere. Quando Theo gli comunica la nascita di suo nipote, chiamato Vincent come suo zio, Van Gogh dipinge lo splendido Ramo di mandorlo in fiore. E’ con sorprendente gioia che mi sono posta davanti a questo dipinto, che invece non conoscevo e che è stato una splendida prima volta. Il mandorlo in fiore, di un bianco perlaceo contro un cielo di un limpido azzurro, è simbolo di nuova vita: la delicatezza dei teneri fiori appena sbocciati sono uno sprazzo di primavera nell’ospedale psichiatrico di Saint Paul-de-Mausole, dove Vincent era ricoverato.

ph. Gérôme Bruneau

Mentre visitavo il museo pensavo a quanto fosse triste il fatto che la fama fosse arrivata a Van Gogh in maniera postuma, ma che fosse anche inversamente proporzionale al successo di cui aveva goduto in vita. (A questo proposito, mi viene in mente un episodio della serie Doctor Who, in cui il dottore, viaggiando nel tempo aiuta Vincent a liberarsi del demone che lo perseguita e gli impedisce di dipingere, e dopo un salto temporale nel futuro, proprio nel museo Van Gogh ad Amsterdam gli mostra tutto il successo e la fama di cui gode ai giorni nostri…Ma questa è un’altra storia!!)

Visitare questo museo, vedere per la prima volta opere di un artista che si è studiato con passione ed emozionarmi profondamente è stato qualcosa di unico. E’ con molta nostalgia che sono ritornata con la mente a quel giorno stupendo, di cui conservo ogni istante. Il primo incontro con l’arte è sempre unico. Ma sono certa che anche il secondo lo sarebbe…

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