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BERNINI e BORROMINI: TUTTO RESTA IL CONTRARIO DI CIO’ CHE SEMBRA

di Federica Tedeschi

Può sembrare assurdo da dire, ma davvero esistono delle rivalità belle e positive tanto da rendere questo mondo un ventre di bellezza insuperabile.

C’avete pensato mai a come sarebbe incompleta una città come Roma se da essa non fossero passati due artisti tra loro rivali quali Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini? E non parlo solo di un’esistenza incompiuta legata esclusivamente al fattore artistico e monumentale, ma ad una condizione di esiguità storica; perché ciò che è stata la loro rivalità e quel che da essa è nato, arricchisce strade e cultura popolare in maniera ineguagliabile.

Ed è vero che gran parte delle storie che si narrano su quei due sono terribilmente anacronistiche, ma sono voci che continueranno a scorrere nel tempo e di generazione in generazione ancora.

Leggenda narra per esempio, che quando Innocenzo X -il papa Panphilj- chiese agli artisti un progetto per un fontana al centro della piazza dove sorgeva il suo palazzo di famiglia, Borromini avesse progettato una fontana con quattro statue e un obelisco, ma pare che il suo concorrente Bernini gli rubò il progetto e per ingraziarsi i favori degli illustri committenti, realizzò un’opera in scala completamente in argento e lo donò alla cognata del papa, donna Olimpia, rimasta celebre per la sua avidità.

E pare che il trucco funzionò o almeno, questo raccontano i pettegolezzi papalini.

Quel che è certo è che per sempre quell’uomo di marmo ai piedi dell’obelisco di Piazza Navona, che è allegoria del fiume Rio della Plata nato dal progetto del Bernini, resterà sbilanciato indietro riparandosi con la mano per salvarsi da un possibile imminente crollo della chiesa di Santa Agnese, che gli si erge di fronte, solo perché progettata dal Borromini; e si continuerà a crederlo nonostante le fonti ci dichiarino un’incongruenza cronologica.

Ed io son cresciuta con la convinzione che il loro competere fosse figlio solo di un’ingordigia legata al
prestigio artistico e a quello sociale che ne derivava, fino al giorno in cui Roma è diventata la mia casa.

Ho camminato per le strade della città spogliando la mia mente di tutto ciò che negli anni passati avevo letto a riguardo.

Ho visto piazze, chiese, gallerie e gruppi scultorei nati dal loro genio.

E lo so, quei due si son rubati commissioni, si son fatti dispetti quando hanno lavorato a due cantieri diversi messi uno di fronte all’altro, ma quando i miei occhi sono stati sazi ho cominciato a pensare che quella rivalità sia potuta essere frutto anche di uno scontro legato alla loro capacità di plasmare ciò che l’intelletto artistico suggeriva; un qualcosa che fosse legato all’idea dell’arte che essi condividevano.

Mi si è posata addosso una nuova consapevolezza, come un nuovo sapere che può nascere solo dopo aver tanto sentito.

E ho capito.

Ho capito che della loro sfida, del loro duello, i protagonisti in realtà siamo sempre stati noi.

Si, noi fruitori intendo.

Se non ci credete vi sfido.

Pretendo che andiate a Galleria Borghese, e che vi fermiate un po’ davanti all’Apollo e Dafne; e poi dovrete dirmi se davvero non avete anche voi inconsciamente mutilato il vostro respiro come lei che in un ultimo soffio di fiato separa ancora vita da esistenza eterna.

E poi camminate ancora perché ad aspettarvi ci sarà il Ratto di Proserpina. Ed è passione urente su marmo che si fa carne e quelle dita si spingono dentro la sua coscia e non lasciano mai la presa e lei piange una lacrima di pietra che vi giuro si fa trasparente e non scivola mai.

Tra volto e vuoto.

Sempre lì.

Resta.

E la gravità smette di esistere.

Vi giuro che il David sarà lì a farvi credere di aver aspettato un’eternità per scagliarla quella pietra, il suo labbro morso sarà il vostro per istinto e tutto il peso dei secoli lo vedrete scivolare via dalle sue membra.

Come se l’attesa fosse finita.

Con voi.

                                                                

Poi raggiungete la Chiesa di Santa Maria della Vittoria, perché l’Estasi di Santa Teresa è qualcosa che nella vita almeno una volta deve esser vista, come il Grand Canyon, la Tour Eiffel e Roma.

Perché è erotismo che profuma di purezza, e sarà pornografia per i vostri sensi, una provocazione al bigottismo cattolico con quell’angelo che sposta la veste della santa per trafiggerla col dardo che diventa di oro, e lo fa con un sorriso tinto di malizia. E lei sembra sul punto di non avere vita in corpo, o averne troppa per la passione che di lei tutta si fa padrona togliendole forza ed equilibrio e ragione.

Tornateci il giorno dopo, e quello dopo ancora e vi assicuro che tutte le volte quel panneggio avrà una piega in più al giorno prima.

                                                 

Non provate a credere che sia abbastanza, perché in quel che avrete visto sin ad ora avrete assaporato solo il genio del Bernini, per cui non avrete finito finché non sarete per un paio di centimetri oltre la soglia di Galleria Spada progettata dal suo rivale e allora, credetemi, solo nove, dieci passi al massimo vi saranno sufficienti per dare degli idioti a voi stessi e del genio bastardo al Borromini. Potrete percorrerla infinite volte, sempre l’avrà vinta lui perché quella statuetta sul fondo resterà ancora alta solo pochi centimetri a dispetto di quel che a voi era sembrato e le colonne sul percorso sempre si faranno più basse ad ogni passo trascinandosi insieme la volta.

                                 

Vi crederete furbi per la convinzione di aver ben imparato la sua lezione, ma aspettate a dirlo. Concedetevi ancora un’ultima tappa e scegliete la Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza. Alzate gli occhi verso la volta, irraggiungibile e solo di un palmo al di sotto del cielo con quelle stelle che si fanno minuscole verso la lanterna quasi a svanire. Ma indugiate ancora qualche minuto col naso all’insù, quel che basta per rendervi conto  che quelle si fanno più piccole non per prospettiva, ma per dimensione. E di nuovo avrà vinto lui perché quella cupola non è inarrivabile, e la lanterna è più vicina ai vostri occhi di quanto possiate immaginare.

                               

È anche per questo che si sono rincorsi quei due, sfidandosi a creare capolavori che meglio avrebbero ingannato noi stupidi spettatori.

Perché quella Dafne non diverrà mai solo lauro e per sempre resterà sospesa in un respiro di marmo, la lacrima di Proserpina mai cadrà perché intrappolata nella pietra, il David per altre infinite eternità aspetterà di scagliare il sasso e quella veste della Santa Teresa mai scivolerà dal corpo inerme di lei, quella Galleria sempre resterà lunga solo 9 passi e quella lanterna non sarà mai ad un solo palmo dal cielo.

Perché è questo che sono stati quei due; dei fottuti geni del perculo, ingannatori seriali, sublimi illusionisti.

Ma noi, uomini comuni, lasciamo pure che tutta questa bellezza ancora e sempre continui a renderci stupidi abbandonandoci di nuovo all’illusione che dal marmo nasca vita, nonostante l’arte sia di fatto, l’inganno più grande che l’uomo possa tendere ai danni di se stesso.

Promettiamoci di ignorare felicemente e senza rimorsi che in realtà tutto resta il contrario di ciò che sembra.

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