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rivalità s. f. [dal lat. rivalĭtas -atis]

rivalità s. f. [dal lat. rivalĭtasatis]. – Il fatto d’essere rivali, o più precisamente l’atteggiamento reciproco dei due rivali l’uno verso l’altro: r. in amore, in arte, nella professione; r. politiche (o fra uomini politici), letterarie, sportive; una sorda r. mascherata da esteriori scambî di cortesie; r. fra paesi vicini, fra città, fra nazioni. –

 

Miao.

Il primo fu Mr Silver Blue, un persiano color grigio perla che affettuosamente era chiamato solo Blu, poi divenne Lallo, peloso di dimensioni enormi che raggiunse serenamente i 10 chili di peso, visse felicemente ventitré lunghi anni, amato nonostante il suo carattere indipendente e il suo “accarezzami con gli occhi, altrimenti ti strappo una mano”.

Poi arrivò Filippo. Nero, piccolo, preso al gattile di Torre Argentina. Quando posò la zampa nella sua nuova casa, venne accolto da un “ma quanto è brutto” e da una zampata di Lallo. Solo mia nonna ne riuscì a vedere il potenziale. Divenne un compagno di notti insonni, divenne un cavaliere che soffiava a chiunque non gli stava bene. Dava baci in quantità, guardava malissimo chiunque si avvicinasse al letto, zona solo nostra, cuscino condiviso e coperta per due.

Filippo mi lasciò troppo presto, mi capita di rientrare a casa e chiamarlo. Ho paura di dimenticarlo, lo cerco ancora.

La passione me l’ha trasmessa mia nonna, gattara da sempre. Accudiva i gatti del giardino, li amava. E io sono una gattara (consapevole che nonostante sia stata vittima di bullismo, mi vado a infilare in categorie da sempre bullizzate: vegetariana, gattara, pseudogiornalista marchettara….), ho il micio radar, li vedo nei giardini sui terrazzi. Io parlo coi gatti. E ne ho tre, vivo con tre gatti in una casa piena d’amore. Ho Leo, rosso e buonissimo. Aldo, bianco e nero timidissimo. Nina bianca e rossa che pesa sei chili e ha continuamente fame.

Non ho un’antipatia per i cani.
Gli animali mi piacciono tutti.

È che amo l’avere quel rapporto paritario e non dipendente, adoro il modo in cui Leo mi si accoccola vicino quando le giornate sono decisamente no, quando è freddo e si avvicinano al letto,  iniziano a fare le fusa, e ti fanno sentire che loro ci sono. Puoi essere grassa, magra, bella, brutta, colta, ignorante come non mai, ma loro ci sono. Sono lì e te lo fanno sentire. Ti prendono a zuccatine, ti guardano, ti scelgono. Ci devi vivere col gatto, devi sceglierti col gatto. Li ami o li odi, non c’è mezza misura di tolleranza. Il gatto crea dipendenza o paura. Io sono nella fase dipendenza. Li porto con me ovunque e sono profondamente innamorata dei miei gatti, tutti trovati per strada, tutti sacchetti di pulci abbandonati per strada salvati da morte certa. E tutto ciò mi rende orgogliosa ogni volta che ripenso a quando ho preso Aldo, piccolo e con tantissimi baffi, dopo giorni che lo sentivo piangere disperatamente. Penso a Nina, assetata sporca che nonostante tutto faceva le fusa, nonostante gli occhi pesanti e lo stomaco che brontolava. Sono orgogliosa di me anche quando dico che spendo una cifra esorbitante al mese per sfamarli, quando torno a casa sfinita e mi occupo di loro.

Loro che mi impediscono sempre di impazzire e che sono lì, presenza costante e fedele, dolcezza infinita, bellezza e stupore.

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Non si ha davvero idea di cosa sia la felicità – quella intensa, improvvisa, inaspettata- se non si è mai visto lo sguardo di un cane quando si prende in mano il suo guinzaglio.

E non si è davvero mai provato cosa siano l’amore e la devozione, se non si è sentito il piagnucolio di un cane che ci accoglie in casa dopo essere andati -per esempio- a prendere la posta.

Sono irruenti, scellerati, spesso un po’ stupidi, a volte estremamente intelligenti.

Eppure, dopo un anno di convivenza con questo sniffatore peloso posso onestamente sostenere che sia stato lui ad addestrare me e non viceversa.

Nell’unico momento di slancio cognitivo delle intenzioni di un uomo, in mezzo a un branco esagitato di suoi fratelli cugini amici e conoscenti -in canile- lui ha preso l’iniziativa, ha addentato e tirato l’orlo del mio pantalone e ha scelto me.

Ho paura di chiedergli se se ne sia mai pentito.
Perché poi, lui sta zitto, ma con gli occhi, parla.
E mi chiedono di dire perché un cane e non un gatto.
Perché nell’eterna diatriba, a casa mia ha vinto il cane.

Perché, la rivalità storica tra cane e gatto in questa famiglia si consuma quotidianamente.

Arturo Bandini, fedele per natura e fedele alla sua natura, è il cane.
Io, per necessità, ambizioni e indole, sono ovviamente il felino.

Per questo so di cosa parlo.

Per questo posso sintetizzare la rivalità tra questi due animali con un deciso ‘cappotto’ del cane.

Perché ero – e sono – ostinatamente cinica, incapace di fidarmi, convinta che l’amore sia giusto darlo in pillole per renderlo speciale, vero.

Che non si debba aver bisogno di nessuno.

E questo in parte lo penso ancora.

Infatti sono io il gatto.

E ho scelto di prendere un cane.

Perché un cane riempie, è meno naif, forse scontato, ma come tutte le cose bisogna conoscerlo, interpretarlo, impararlo.

Il cane, come si dice, è scomodo.

Bisogna portarlo in giro.

E non lo sa la gente che i più fortunati sono quelli che dai cani si lasciano portare.
Anche quelli che i cani li hanno istruiti come gatti e gli pisciano in casa, ecco, perché?

Volete mettere le passeggiate bestemmiando nell’aria della sera, mentre lui non si arrende alla stanchezza e ha capito che se se la tiene voi starete ancora in giro con lui e ‘umano ma cosa vuoi mettere un palo da annusare?’

Un cane è uno che si sintetizza nel fatto che si affezioni alla ciotola nello stesso modo in cui si affeziona al cibo.

Ama una casa quasi ama il suo compagno di vita.

Un cane è un tizio che quando esci, in fondo lo sa che tornerai, ma piange perché sentirà la tua mancanza.

Che ti lecca per proteggerti.

Che annuncia al mondo che sei suo facendoti la pipì addosso.

Un cane racconta, in piccoli semplici gesti, quanto la vita sia molto più semplice se non hai i pollici opponibili e non vivi l’ossessione di ottenere in cambio qualcosa.

E la cosa incredibile è che insegna questo non nei momenti migliori,  quando è felice e spensierato, lo fa quando gira tutto male, quando un gesto ingenuo diventa un no urlato, quando invece di arrabbiarsi si avvicina e si lecca il muso in segno di resa, per chiedere scusa, anche se lo stronzo sei te.

Agli esseri umani, dei cani, manca la spontaneità.

Noi non ci accettiamo, non ci fermiamo ad annusare gli altri, abitiamo questa terra col piglio dei gatti, un po’ egoisti, un un po’ spaesati, ma col desiderio di stare soli e vivere ai margini.

I cani invece si buttano nella mischia, mettono il culo all’aria e ci invitano a vivere, ci evitano quando li abbiamo feriti troppo, eppure anche allora, basta poco perché
ritrovino l’ottimismo.

I cani si fidano.
A volte vincono.
A volte perdono.
Ma loro giocano.

Sempre.

Noi gatti, quasi mai.

La verità però, è che se fossimo tutti uguali, se amassimo le stesse cose, se avessimo sempre gli stessi punti di vista, saremmo agghiaccianti e scivoleremmo l’uno sull’altro.

E’ la diversità che ci permette di mischiarci e la rivalità ci permette di misurarci.

Persino una diatriba sull’animale che abbiamo scelto di avere in casa, ci fa mettere in discussione il nostro modo di essere, di vivere, di intendere il mondo.

Questo mese giochiamo con le rivalità, quelle storiche, quelle meno scontate, quelle che ci rendono interessanti
le serate, quelle che sono al centro di discussioni infinite, intorno alle quali si aprono porte su mondi che non pensavamo di voler conoscere.

Come quando alla fine di una serata con una stimolante conversazioni, rifletti e pensi che sia iniziato tutto parlando di cani e gatti.

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