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Manchester, un’altra battaglia persa?

di Rossana Soldano

 

Non posso credere che ci sia qualcuno che questa mattina si sia sorpreso per i fatti di Manchester.

Non ho dubbi che il terrore, lo schifo, l’incomprensione di certi gesti siano ovvie reazioni a quello che si è letto.

Adolescenti a un concerto di Ariana Grande che muoiono subito dopo l’esibizione per una bomba kamikaze.

Più di venti morti e quasi sessanta feriti.
Siamo tristemente abituati a queste cifre.

Siamo abituati allo smarrimento, all’indignazione e alla retorica.

Siamo persino abituati a chi dice che l’abitudine e la rassegnazione ci uccideranno e ci faranno perdere questa guerra.

Perché siamo in guerra, siamo in guerra da sedici anni.

E questa guerra la stiamo perdendo.

Ma non la stiamo perdendo perché il numero dei morti ci sembra eccessivo, perché hanno attaccato i nostri adolescenti e ucciso persino bambini in un momento di felicità, perché ci sentiamo vulnerabili nel vivere la nostra libertà, perché ci rassegniamo alla paura, perché ripetiamo sempre le stesse parole o perché pensiamo che l’eco dello schifo che proviamo non abbia alcuna conseguenza nella lotta reale.

La stiamo perdendo perché non abbiamo ancora capito dove questa guerra ci sta ferendo di più, in che modo la stiamo perdendo.

Perché -e adesso dirò qualcosa che potrebbe scandalizzarvi- il numero di morti di questa guerra è irrisorio se paragonato alle guerre del secolo scorso.

Tra il 1939 e il 1945 sono morte più di cinquanta milioni di persone.

E non ci siamo contenuti neanche sul numero di civili, solo in Europa ne sono morti quasi quindici milioni.

La stiamo perdendo perché stiamo cedendo alla tenaglia del terrore.

Ci vengono a cercare nella nostra tranquillità, nei posti in cui pensiamo di essere al sicuro, per dimostrarci che in nessun posto siamo al sicuro.

Uccidono ragazzini per dimostrarci che non hanno pietà degli indifesi, che per loro nessuna vita ha importanza, che si tratti di adulti, anziani, bambini.

Vogliono spingerci a odiare, come fanno loro, per principio.

Vogliono costringerci a rinunciare alla civiltà che abbiamo conquistato in secoli di lotte per i nostri diritti di esseri umani.

Vogliono che la paura vinca sulla razionalità.

Ed è esattamente qui che stiamo perdendo questa guerra.

Perché ci stanno riuscendo.

Ogni volta che in metropolitana guardiamo un arabo con apprensione, loro vincono.

Ogni volta che discutiamo sulla possibilità di dirottare una nave di immigrati, loro vincono.

Ogni volta che scateniamo polemiche su come una donna debba vestirsi in spiaggia, loro vincono.

Ogni volta che qualcuno approva un post di Matteo Salvini e gli dà ragione, loro vincono.

Quando eleggiamo a capo del mondo libero, un uomo che non ha rispetto per gli altri esseri umani, che guida una nazione composta da mille etnie diverse e parla di muri e toglie diritti alle minoranze, loro vincono.

Quando equivochiamo e pensiamo che bombe chimiche su una terra distrutta e abbandonata, in cui vivono solo civili, siano meritate e paragoniamo quei morti ai nostri morti, loro vincono.

Quando l’odio che hanno seminato attecchisce in noi e diventa altro odio, loro vincono.

Non è la paura che ci sta facendo perdere questa guerra, la paura è legittima, è comprensibile.

La paura è parte del nostro modo di amare, di apprezzare la vita che stiamo vivendo.
Diventa nostra nemica solo quando la trasformiamo in un motivo per odiare gli altri.

In un mondo giusto, quella paura dovrebbe essere trasformata in empatia.

Ma questo non è un mondo giusto, questo è un mondo in cui Salvini stamattina si affrettava a dare un nome al nemico, a invitare alla tolleranza zero.

Un mondo in cui oggi riceveremo Donald Trump con tutti gli onori e in cui molti sfogheranno paura e terrore su altri innocenti, in una spirale di intolleranza e diffidenza di cui non ci libereremo mai.

E’ tutto legittimo.

La paura, la diffidenza, persino lo schifo.

Quello che ne faremo deciderà chi vincerà questa guerra.

Non ho detto che sia facile.

Non è facile vedere morire dei ragazzini e non provare odio.
Ma nessuno ha mai detto che vincere una guerra sia facile.

Lo sapevano bene i ragazzi sacrificati a Omaha Beach settantatré anni fa.

E dovremmo averlo imparato noi.
Perché questa è la nostra guerra.

(nella foto di copertina il segno di lutto con delle simboliche orecchie da coniglietta, che Ariana Grande è solita usare sul palco durante le esibizioni)

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