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Carlo Mollino, libertà nel genio

di Marco Moscato

Carlo Mollino, architetto, designer, fotografo, scrittore, esperto di tessuti e di moda, pilota d’auto e di aeroplani, sciatore, curioso di tutto in maniera onnivora. Figlio unico dell’ingegnere Eugenio Mollino, ”un padre ingombrante fino alla noia” (suo l’impianto originario dell’ospedale Molinette di Torino), nasce nel 1905 a Torino, alla fine degli anni Venti, dopo un anno di iscrizione alla facoltà di ingegneria predilige il passaggio verso la facoltà di architettura del Politecnico di Torino, dove si laureerà nel 1931, in seguito, tramite concorso, riuscì a guadagnare la cattedra di Composizione Architettonica.

Tramite la testimonianza di uno dei suoi allievi, Piercarlo Jorio, ne abbiamo un’immagine vivida: “Mollino era un outsider, un solitario poeta del “gesto” che non ha mai cantato nel coro accademico. Personalità complessa, feconda e così individualista da non aver saputo creare un seguito di allievi. Inviso ai più per le posizioni rivoluzionarie in pieno Movimento Moderno e per l’anticonformismo dimostrato nella produzione architettonica e mobiliare … Mollino conosceva il mestiere ed era sempre alla ricerca di innovazione tecnologiche mettendo in gioco cultura, sensibilità, emozioni, ideali e l’attrazione verso il “simbolo” quello che ha caratterizzato il “modo” ardito della sua espressione artistica”.

È dunque complesso scriverne, c’è la critica severa di chi pensa che la sua produzione architettonica e di designer sia stata solo un puro esercizio di stile e limitato al contesto torinese e regionale (spesso non tenendo conto del periodo storico), chi, all’opposto, idolatra la sua poetica, un fan, rendendo difficile districarsi tra fazioni, ma non si tratta di bieco tifo poiché esiste una oggettiva complessità della figura di Mollino che ha senza dubbio alcuno lasciato un segno importante nell’immaginario collettivo e nello styling dell’Italia postbellica.

La complessità oggettiva è di trovarsi di fronte ad un uragano, venti e moti curvilinei che ti spingono verso l’esterno per poi trascinarti ancora verso il centro, nell’unico comune denominatore che Mollino sintetizza “tutto è permesso, sempre salva la fantasia”, genitrice di ogni archetipo più dell’arduo desiderio della ricerca della bellezza “le creazioni dell’uomo sono arte non già perché rispondono alla bellezza, cioè al piacere che ci è dato di vedere un organismo, animale, macchina o casa, dove la forma si modula impeccabilmente allo scopo per cui fu creata, ma perché l’artefice nel modulare quella forma ha detto se stesso in modo inequivocabile, al di là di ogni abilità tecnica e perfetta scienza”.

Un gesto libero senza soluzione di continuità, un gesto ricercato ovunque, esasperato nelle acrobazie aeree, nell’arredamento disegnato, nel disegno stesso, nei corpi delle donne.

La poetica di Mollino fugge e rifugge dall’avvitamento su se stessa, non esiste un modo univoco “molliniano”, e come in una rete neurale su ogni punto si creano infinite biforcazioni.

Il suo essere onnivoro porta alla ricerca e vivisezione di ogni ambito attraverso anche la stesura di testi divenuti fondamentali come “Introduzione al discesismo” pubblicato nel 1950, un trattato di tecnica sciistica nato dalla passione per lo sci (divenne nel 1942 anche maestro di sci) e verso la montagna studiata anche attraverso le sue architetture tradizionali alpine (ciò gli permetterà di sviluppare sensibilità verso un materiale povero come il legno). Il testo è corredato da 212 tavole e 200 fotografie, uno studio matematico basato essenzialmente sulla fisica di baricentri, angolazioni, movimenti che lasciano sulla neve fresca curve flessuose, un arabesco della natura che si lega ad un’armonica bellezza.

Testo coevo “Un Messaggio dalla Camera Oscura” (1949) descrive i linguaggi e le tecniche fotografiche, con capitoli sull’interpretazione soggettiva della realtà e la sua trasfigurazione sul bello, non come arte, ma come occasione d’arte sulla fotografia come documento e come riproduzione testuale della realtà e dei suoi paralleli nelle altre arti.
Fotografia, che ha forse rappresentato la principale attività dopo quella architettonica.
Mollino aveva una ossessione per i ritratti erotici e abitualmente invitava prostitute dalle strade di Torino per posare. Le scene, ambientate nel suo appartamento privato di Villa Zaira (divenuta poi Casa Mollino), attentamente preparate, dai vestiti agli accessori passando per i drappeggi e non ultimo i suoi pezzi unici d’arredamento, tutto era perfettamente studiato e la fotografia era incentrata sempre sulla ricerca della forma che mai trascendeva verso la pornografia, più di duemila scatti di cui mille e trecento solo polaroid. Da questo particolare storico nasce una conversazione singolare raccolta in un docufilm “Séance”,
 di Yuri Ancarani, girato in occasione delle mostra “Shit and Die” curata da Maurizio Cattelan Séance, incontro, avviene tra la psicologa Albània Tomassini e l’architetto Carlo Mollino, scomparso nel 1973.

 

Fulvio Ferrari, conduttore di Casa Mollino, serve una cena ai due ospiti, uno visibile ed uno invisibile. Ancarani registra e filma il singolare colloquio in cui Mollino precisa senso e intenti dell’enigmatica vita trascorsa e la nuova rotta verso la perfezione, possibile solo in altre dimensioni.

La fotografia diviene mezzo di ricerca, le forme dei corpi femminili si ritrovano come fonte di ispirazione nel disegno degli oggetti sia di design che in architettura, una matrice insita nel surrealismo con ramificazioni verso il biomorfismo in antitesi completa all’ascesa del razionalismo e dell’asservimento dell’uomo alla macchina e alla tecnica.

La conoscenza profonda e specifica dei materiali con la costante interazione con gli artigiani, come nell’ideazione del compensato curvato a strati sovrapposti da lui stesso brevettato, permette la realizzazione di pezzi unici slegati dalla produzione in serie con un ritorno alle radici della concezione originaria del design ne “Arts e Crafts” di Morris.

Opere come il “Tavolo Arabesco” o della serie studiata per la casa editrice Lattes dalle sedie ai tavoli o dei pezzi unici che purtroppo portano solo il nome del committente borghese di turno danno l’idea dell’approccio dell’idea molliniana, libera dalla serialità perché ogni casa “è una conchiglia che dovrà consentire ad ogni organismo la sua libera e ben differenziata vita individuale”.

Un flusso continuo che si rispecchia nelle architetture, in cui spiccano lavori esemplari come nellaSocietà Ippica Torinese” (1937-1940) –inspiegabilmente demolita nel 1960 per far spazio ad un albergo mai sorto-, un’opera di estrazione nordeuropea per forma e funzione, che rompeva la scatola del razionalismo imperante, e nella sua opera forse più sublime del Teatro Regio di Torino, distrutto in un incendio nel 1936 e rinato nel 1973. Mollino opera in un contesto difficile nel rapporto con il preesistente storico disegnando in planimetria, forme sinuose che rimandano alla forma di un busto femminile che disegna l’esterno quanto l’interno, che con la sistemazione di atrio, foyer e scale, riprendono i suoi studi sulle traiettorie di volo (ebbene sì, era anche un aviere, suo il brevetto sui sistemi di sdoppiamento dei comandi), mentre la sala è definita con una forma intermedia tra l’uovo ed un’ostrica semiaperta. L’intento fu quello di realizzare un vero luogo teatrale, con il palco fulcro della sala dove nascono ellittiche che avvolgono l’ambiente, creando una sorta di vuoto nella percezione, accentuato dall’uso sapiente dei colori nel disegno dell’arredo come negli elementi strutturali, il colore viola del soffitto, che degrada dal palco e nel bianco fino in fondo alla sala dove i palchi appaiono come sospesi nel vuoto.

Una continuità spaziale come nella sala da ballo Lutrario Le Roi, dove oltre l’uso di piastrelle policrome di Vietri (nel foyer come in sala), vengono affiancate da ingrandimenti fotografici di antiche incisioni, drappeggi e specchi che creano un raddoppio dell’ambiente quasi in un moto perpetuo.

Ed è il senso di tutta l’estetica, e parimenti della vita, un moto continuo e perpetuo che crea forme diverse, armoniose come durante l’atto del disegno (era ambidestro e disegnava contemporaneamente con le due mani “tirando buffate di sigaretta e compassato come un automa”) come nel lasciare segni nella neve fresca, come durante il volo acrobatico, come al volante della sua Bisiluro (progettata e costruita da Mollino, leggendaria ma sfortunata), correndo nel 1955 alla 24 ore di Le Mans, Mollino era, ed è, semplicemente un genio, nell’accezione pura del termine e non in quella dell’analfabetismo funzionale odierno.

Come scrive Jorio in una lettera a Fulvio Ferrari, “peccato che si sia aggirato come un orso solingo in una foresta di ignoranti”.

Bibliografia e siti di riferimento

“I mobili di Carlo Mollino” di Fulvio e Napoleone Ferrari ed. Phaidon

Domuns n° 950

“Vedere l’architettura” di Carlo Mollino

Frammenti fatti regime. Scritti letterari” di Carlo Mollino

https://it.pinterest.com/flamingospink/carlo-mollino/

http://www.electaweb.it/libri/scheda/carlo-mollino-introduzione-al-discesismo/it

http://www.aeroclubtorino.it/monografie/60-carlo-mollino-pilota.html

https://sottoosservazione.wordpress.com/2011/05/22/parigi-scopre-lerotismo-vintage-di-mollino/

http://www.aeroclubtorino.it/la-storia/anni-50-e-60.html

http://www.artbook.com/9783869842448.html

http://rudygodinez.tumblr.com/post/70080577269/carlo-mollino-societ-ippica-torinese-1937-1940

http://www.dugong.it/project/seance/

https://www.youtube.com/watch?v=GfNBmiDoEBU

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