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Ce lo vediamo un film?

*Momento leggerezza: vogliamo raccontarvi come anche un film alle volte sia una piccola spinta verso il cambiamento. Abbiamo deciso di parlarvi di “Veloce come il vento” di Matteo Rovere, che ha vinto sei David di Donatello e vede uno Stefano Accorsi come non ve lo sareste immaginato, una versione “brutto & cattivo” che ci è piaciuta comunque.

di Ilaria Minghetti

Da qualche tempo, al di là della componente più strettamente autorale  che ha raggiunto la sua massima espressione con l’Oscar a Paolo Sorrentino, nel cinema italiano si son fatti largo alcuni registi capaci di uscire da schemi francamente triti e ritriti, portando sullo schermo qualcosa di decisamente nuovo, almeno dalle nostre parti. Ha cominciato Sydney Sibilia con “Smetto quando voglio”(in uscita in questi giorni il sequel), ci sono stati i clamorosi successi di Gabriele Mainetti e Paolo Genovese rispettivamente con “Lo chiamavano Jeeg Robot” e “Perfetti Sconosciuti”; ha brillato Matteo Rovere con il suo “Veloce come il vento”.

“Veloce come il vento” racconta della ricerca di riscatto di due anime sole Giulia, che nel rombo dei motori vuole trovare l’occasione per emergere, per dare un’esistenza migliore a lei e al fratello, e Loris divorato da quel mondo e gettato ai margini,  che riesce attraverso quella sorella di cui pensava non gli importasse più nulla (compare al funerale strafatto ed animato più dalla voglia di prendersi la sua fetta di eredità che da un sincero dispiacere per la perdita del genitore) a compiere una sorta di rinascita.

Cosa fa di un film un bel (a volte grande) film? Critici più esperti di me si spenderebbero in grandi paroloni, io mi limito a dire: le due c.

Cuore e cervello, ok, ci vuole anche un minimo di tecnica ovviamente, ma le “due c” spesso rendono più sopportabile anche qualche “difettuccio di fabbrica”,se vogliamo chiamarlo così.

“Veloce come il vento”, inutile specificarlo, li possiede entrambi.

E possiede due grandissime interpretazioni. Stefano Accorsi si trasforma fisicamente e rischia davvero tanto, Loris è un tossico all’ultimo stadio brutto, sporco e con un terribile accento; uno di quei ruoli, ad alto rischio trash, che può rilanciare o affossare definitivamente la carriera di un attore. Lui ne esce splendidamente, con una prova da grandissimo interprete. La debuttante Matilda De Angelis, grinta da vendere e una notevole somiglianza con una certa Jennifer Lawrence, è stata una delle sorprese della scorsa stagione, capace di rendere credibile una diciassettenne lanciata ai 300 all’ora su una pista da corsa; scommetterei su di lei, sul suo talento e su un suo radioso futuro sul grande schermo.

II film di Rovere non racconta certo una storia originale, toccare il fondo e trovare quell’appiglio, quella ragione che ti da la spinta necessaria per risalire e rinascere, ma lo fa con la rudezza e la dolcezza  necessarie per raccontare una terra, la mia terra, fatta di grandissime contraddizioni. Sudore, odore di benzina e rombo dei motori, lasciate perdere ogni eventuale pregiudizio, dimenticate quello splendido film che è “Rush”; Giulia e Loris sono due vagabondi nati per correre che sarebbero piaciuti a Bruce Springsteen, e Rovere li racconta con il cuore dei grandi.

Regia:Matteo Rovere

Interpreti: Stefano Accorsi, Matilda De Angelis

Trama: Giulia De Martino vive in una cascina nelle campagne dell’Emilia Romagna ed è una promessa delle corse Gran Turismo. Quando suo padre, che aveva scommesso su di lei come futura campionessa ipotecando la cascina, Giulia si troverà sola con il fratellino Nico (la madre se ne è andata più volte di casa) a gestire lo sfratto incombente, un fratellino spaesato e il fratello maggiore Loris, ex leggenda delle corse trasformatosi in tossico, ricomparso per prendersi la sua fetta di eredità paterna..

Candidato a 16 David di Donatello 2017 tra cui miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista (Stefano Accorsi) e migliore attrice (Matilda De Angelis), ne ha vinti sei

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