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Juan Pablo Escobar: mio padre era un criminale e gli volevo bene

 

‘Come mio padre’, a Libri Come, JPE parla di suo padre, della serie di Netflix, della Colombia e delle sue difficoltà nel rifarsi una vita.

di Rossana Soldano

 

‘Senza la morte, la Colombia non darebbe segni di vita.’
Rafael Humberto Moreno Duràn, scrittore colombiano

‘Il realismo magico si verifica quando in un’ambientazione realistica e
minuziosamente dettagliata si introduce un elemento troppo strano per
essere credibile. Non per niente, il realismo magico è nato in Colombia.’

Steve Murphy, dal teaser di ‘Narcos’

Quando avevo sette anni, mio padre mi confessò di essere il mandante dell’omicidio del ministro Rodrigo Lara Bonilla.’

Juan Pablo Escobar

Per me, il realismo magico, è anche questo.

L’inenarrabile follia con cui i criminali asciugano la loro ferocia su vite e rapporti umani che nulla hanno di diverso da quelli di ognuno di noi.

E’ la più grande contraddizione del genere umano.

Al di là delle diversità razziali, al di là di ogni sospetto riguardo a geni che predispongano alla violenza e all’odio, la storia dell’umanità è costellata di tranquilli serial killer e amorevoli satrapi domestici.

Ossimori che mettono in discussione le nostre certezze su quello che siamo o potremmo diventare.

Eric Emmanuel Schmitt ha scritto che ‘Hitler è una verità nascosta nel profondo di noi stessi che può risorgere in qualunque momento’.

Lo scorso 19 Marzo, in occasione di Libri Come, manifestazione giunta alla sua ottava edizione, Juan Pablo Escobar,
figlio di Pablo Escobar, il narcoterrorista colombiano leader del cartello di Medellin e morto nel 1993, ha esordito con un agghiacciante ricordo di vita domestica, il momento in cui suo padre gli confessò di aver fatto uccidere Rodrigo Lara Bonilla, allora ministro della giustizia.


Dopo la morte di Escobar, minacciata da intenti di vendetta dei rivali del cartello di Cali e dei nemici che Pablo
si era creato in quasi vent’anni di onorata carriera nel narcotraffico, la sua famiglia cercò di lasciare la Colombia, chiedendo asilo praticamente ovunque e riuscendo, dopo una serie di vicissitudini ad arrivare a Buenos Aires, con nuove identità.

Juan Pablo, diventato Sebastian Marroquin, laureatosi in architettura e dopo aver iniziato la carriera di insegnante, nel 2009 è stato protagonista del documentario ‘Sins of my father’ per la regia di Nicolas Entel e nel 2014 ha scritto un libro ‘Pablo Escobar: il padrone del male’ usando questa volta il suo vero nome.

Sul palco dell’Auditorium di Roma, dove è stato intervistato da Giancarlo De Cataldo (autore di Romanzo Criminale), J.P. Escobar ha parlato del narcoterrorista e del padre innamorato dei suoi figli e di sua madre, facendo molta attenzione a distinguere l’uno dall’altro, a non creare equivoci sul fatto che l’essere stato l’uno non giustifichi essere stato anche l’altro.

La figura di Pablo Emilio Escobar Gaviria, è una delle figure più complesse dello scorso secolo.
Il criminale, il narcotrafficante, l’assassino, il terrorista, erano solo una faccia della medaglia.

Poi c’era il benefattore, il filantropo, il Robin Hood, il sognatore che sperava che una figura pubblica impeccabile
e la generosità verso la gente nata povera come lui, bastasse ad aprire le porte alla carriera politica, a far parte di un’oligarchia.

Quello che viene fuori da ogni biografia, racconto, documento, è un uomo che si era creato una sua verità e con quella verità aveva convinto molte persone, e dove non riusciva col carisma, provava con la plata e poi col plomo.

Ma quando la ferocia degli atti terroristici per imporre quella verità ha sbiadito il carisma, quando le vittime sono diventate più dei salvati, quello che è rimasto di Pablo Escobar è stata solo una promessa non mantenuta.

E l’immagine di un uomo fatto a pezzi dalla sua stessa smania.
‘Ringrazio mio padre per avermi insegnato come non vivere.’

E’ evidente quanto le due anime di Pablo abbiano significato per suo figlio, per le sue scelte, per il suo approccio alla vita.
Paghiamo per le colpe dei nostri padri, nel caso di J.P. Escobar questo non è un modo generico per parlare di nazioni che pagano i dazi del proprio passato, lui è da sempre in bilico tra l’essere la vittima delle scelte di qualcun altro e l’uomo che sente di dover fare ammenda per i peccati che ha visto commettere.

Era troppo giovane Juan Pablo, quando è morto suo padre aveva solo sedici anni, troppo giovane per capire davvero cosa abbia significato la sua figura per la Colombia, ma abbastanza grande da capire cosa gli stesse accadendo intorno, abbastanza per reagire con rabbia meditando vendetta.

In poco tempo però, ha capito che la spirale di violenza che la sua famiglia aveva innescato doveva finire con Pablo,
e questo pensiero è di nuovo figlio di una contraddizione, perché era proprio suo padre, il re della cocaina, a non desiderare un erede, a non volere per i suoi figli una vita criminale.

E’ lucidissimo e incredibilmente saggio questo quarantenne nato nel lusso e cresciuto da profugo e in clandestinità, costretto a vergognarsi del suo nome per le colpe altrui.

‘Nessuno è educato a chiedere perdono’ confessa, riferendosi all’incontro con i figli delle vittime di suo padre, incontri documentati nel sopracitato film ‘Sins of my father’, ‘è difficile ma liberatorio’.

Forse anche troppo lucido.

C’è in lui un meccanismo di autodifesa che si innesca nel tono della sua voce, quando smette di parlare del Pablo familiare e inizia a parlare del criminale.

Come volesse allontanarlo, sentirlo meno suo, come volesse liberarsi della sua ombra, persino del suo sangue, salvo poi tradirsi negli strappi di intimità da proteggere quando gli chiedono di ‘Narcos’, la serie di Netflix che racconta gli eventi di cui Pablo è stato protagonista, e di Wagner Moura, l’attore brasiliano che lo interpreta.

‘Non somiglia al padre che ho conosciuto.’


E parlando di Narcos, nel suo secondo libro ‘Pablo Escobar: gli ultimi segreti dei Narcos’, JPE racconta che quando iniziarono a scrivere la serie, lui contattò i dirigenti di Netflix, offrendo non solo la propria consulenza ma anche accesso illimitato all’archivio di famiglia, gli risposero di non essere interessati, di aver già acquistato la storia da Xavier Pena -all’epoca agente della DEA.

Durante la conferenza a Libri Come, incalzato da De Cataldo, chiarisce come la storia non sia completamente fedele alla realtà ma che in ogni caso lui non ami questo genere televisivo e cinematografico -l’ultimo film su Pablo è una pellicola del 2014 con Benicio del Toro- perché a suo parere ‘tutti quelli che raccontano la storia di Pablo Escobar devono sentire la responsabilità di ciò che raccontano’, perché il rischio è che le nuove generazioni che non hanno vissuto il clima di terrore in cui Escobar aveva fatto piombare la Colombia tra gli anni Settanta e Novanta, fraintendano la sua figura facendolo diventare ciò che non è, mito, leggenda, l’emblema del ragazzino che ha usato l’intelligenza nel modo giusto ed è venuto fuori dalla povertà diventando uno degli uomini più ricchi del mondo.

E’ il sogno americano declinato in una lingua latinoamericana.

Il povero che diventa ricco senza magia, diventa l’allegoria del realismo magico.

Proprio in un discorso a Medellin, la città di Pablo Escobar, dopo quasi dieci anni dalla sua morte, Gabriel Garcia Marquez, disse che la Colombia ‘è una patria oppressa, che in mezzo a tante sventure ha imparato ad essere felice senza la felicità, e persino contro di essa.’

Nello stesso discorso il premio Nobel diceva anche ‘è impossibile immaginare la fine della violenza in Colombia senza l’eliminazione del narcotraffico, e non è immaginabile la fine del narcotraffico senza la legalizzazione della droga, sempre più prospera quanto più viene punita.’

Sono trascorsi altri quattordici anni e Juan Pablo Escobar la pensa esattamente come il celebre scrittore, ‘il proibizionismo ha peggiorato la situazione’ ha risposto quando gli è stato chiesto cosa accadrebbe se la cocaina venisse legalizzata, ‘il narcotraffico è più forte dello Stato, è un’alternativa forte sia militarmente che economicamente’.

E ancora.

‘La corruzione supera i muri senza problemi, i narcos ora si consegnano agli Stati Uniti piuttosto che alla giustizia colombiana, scontano pochi anni di carcere e lasciano le loro fortune come pedaggio di libertà. Il peggior nemico dei colombiani siamo noi, noi continuiamo a credere che le cose si debbano risolvere con le armi e invece quello di cui ha bisogno il nostro paese è la pace, a qualunque prezzo.’

Ma poi aggiunge, ‘se mio padre fosse stato ancora vivo oggi, probabilmente avrebbe fatto la stessa cosa.’

Ed eccola l’ombra di malinconia e rimpianto nella voce.

Quando il 2 Dicembre del 1993, Pablo Escobar fu stanato dalla polizia colombiana, con l’aiuto degli agenti della Dea, era al telefono con suo figlio, o meglio, fu stanato perché venne intercettata la chiamata che stava facendo con suo figlio Juan Pablo.

La debolezza umana che tradisce la freddezza criminale.

La seconda serie di Narcos, il racconto del declino del narcotrafficante Pablo Escobar, è sicuramente la parte più avvincente della storia, e non solo perché per lo spettatore la caduta del mostro è un climax di facile presa, ma perché in questo caso particolare il contrasto tra l’uomo e la bestia viene fuori in tutta la sua potenza espressiva.

E allora cos’è?

Cos’è che ci tiene al sicuro dall’Hitler che c’è in noi?

Cosa distingue i ragazzini che scrivono a JPE chiedendogli aiuto, perché vogliono diventare come suo padre, da noi che abbiamo letto inorriditi le gesta di Pablo in un libro o che siamo stati spettatori di uno show?

Qual è il confine vero?

Cosa rende Juan Pablo Escobar l’uomo rispettabile che è oggi?

Cosa sarebbe accaduto se Pablo non fosse morto quasi venticinque anni fa?

Se fosse cresciuto come il figlio di quell’opulenza costruita sul sangue dei morti?

Se avesse creduto che tutto ciò che aveva intorno fosse il frutto di una verità e non di una menzogna.

La storia la scrivono i vincitori e a lui è toccato imparare questa lezione, ma cosa sarebbe accaduto se il vincitore fosse stato suo padre, se lui fosse rimasto Juan Pablo Escobar e non fosse mai diventato Juan Sebastian Marroquin Santos?

Juan Pablo ripete spesso che lui e la sua famiglia non c’entrassero nulla con i crimini di Pablo ma se questo ha certamente senso quando ci si riferisce a lui e sua sorella Manuela, non si riesce a rimanere indifferenti al pensiero di ciò che sua madre conoscesse dell’attività di Escobar e su quanto abbia taciuto e ignorato.

Non è un processo postumo, a nessuno.
Il tempo ha guarito e in parte perdonato.

Persino i sicari di Pablo hanno avuto la loro redenzione, il peggiore di tutti, John Jairo Velasquéz, conosciuto ai più come Popeye, è uscito dal carcere dopo ventitré anni, è diventato una star di YouTube -i suoi video ottengono milioni di visualizzazioni- e ora punta ad essere eletto senatore (cosa che quasi sicuramente non gli verrà permessa perché l’accordo di pace stipulato dal presidente Juan Manuel Santos riguarda solo i delitti politici).

Popeye ha ucciso per Pablo più di 3500 persone, tra cui il candidato presidenziale Luis Carlos Galàn.
Per avere una giusta proporzione, si pensi che nell’attentato dell’11 Settembre 2001 alle Torri Gemelle
sono morte 2.996 persone.

Quest’uomo oggi è libero.

Amnistie sommarie che tolgono valore alla lotta, alla sofferenza e al dolore delle vittime.

Perché poi, la Storia è fatta di arrangiamenti, compromessi che tolgono e non aggiungono mai.

L’ultima domanda di De Cataldo, è la più complessa e ovvia fra le domande, perché nella risposta di Juan
Pablo Escobar è sintetizzata tutta la fatica della sua vita, le difficoltà, le rinunce, persino i compromessi.

Alla domanda ‘cosa provi per tuo padre?’ non ha potuto rispondere altro se non ‘gli voglio bene, era mio padre.’

A modo suo, lottando con tutto ciò che ha compreso e che gli è stato raccontato, questa è l’unica verità che sia riuscito a tenere per sé.

Il suo realismo magico.

 

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